Revenant – Redivivo. Purtroppo.

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Perchè oggi i protagonisti devono essere sporchi, anche quando si lavano.

Torna, senza che alcuno ne facesse richiesta, la rubrica a cui Morando Morandini ha concesso 5 stellette nella categoria “carta igienica digitale” e che l’AIEA ha inserito nelle armi bandite nel trattato di non proliferazione nucleare.

Facciamola breve, si parla di Revenant. E se ne parla male. Revenant, ovvero la virtù dell’inconcludenza.

Mi chiedo se sia considerato spoiler parlare di un film che tratta una vicenda avvenuta ad inizio ‘800, a cui sono stati dedicati alcuni romanzi e almeno un altro film, ma se non avete visto Revenant, fermatevi qui, e non guardatelo nemmeno. Se vi interessa la storia.

Hugh Glass, scout e cacciatore, aggregato ad una spedizione per l’esplorazione del fiume Missouri e l’approvvigionamento di pellicce, a causa di un attacco da parte di un grizzly (femmina, è importante per una questione di peso), viene abbandonato morente a sé stesso nel gelo del North Dakota, e dopo sei settimane, a brandelli, riesce a tornare alla civiltà. Hugh Glass è interpretato da Leonardo Di Caprio, non The Rock e nemmeno Vin Diesel o Steven Seagal, Leonardo Di Caprio. Ci sarebbero tutti i presupposti per una storia epica ed appassionante (se non ci fosse Leonardo Di Caprio), ma la regia del film è di Alejandro Gonzales Inarritu, e quindi la storia passa immediatamente in secondo piano per trasformare l’odissea di Glass nel masterpiece che candida il regista messicano alla vittoria nelle prove di onanismo competitivo di Rio 2016.

Perchè il film, inteso come prodotto tecnico, è pazzescamente bello: regia, inquadrature, montaggio, luce, fotografia, colonna sonora meritano Golden Globes, Oscar, forse pure il David e il premio Giffoni Valle Incantata, ma il resto è sostanzialmente inutile, Di Caprio – soprattutto – compreso. 156 minuti di virtuosismi e composizioni, panorami mozzafiato e piani sequenza fisicamente impossibili da realizzare, primi piani strettissimi e visuali da prospettive inconsuete, la natura protagonista incombente su ogni scena, la neve, le montagne, la neve, le montagne, orsi, lupi, bisonti, la neve, le montagne, la pioggia, la neve, mettici ‘n’altra montagna va’... Ma 140 minuti così rendono l’esperienza choccante anche agli appassionati di documentari sulle termiti su National Geographic HD. I primi 16 minuti invece sono goduria pura: un attacco indiano che l’inizio di Salvate il Soldato Ryan è Vacanze di Natale ’90, visuali dalla canna dei fucili, frecce che piombano da ogni dove, persone fatte a pezzi che sembrano uscite da un film di Tarantino, primi piani di gole trafitte e squarci da pallottole a bruciapelo, roba che penso di aver schivato un tomahawk per un pelo anche io. Poi… poi fine.

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Come tizio che se la vede male in mezzo alle montagne quest’uomo ha una barba più credibile.

Poi lo spettatore si trascina come il protagonista per 200 miglia nel gelo del Nord America, pregando la morte di Leo e l’autorizzazione ad alzarsi e andare a prendere un caffè. Dalla scena dell’attacco dell’orso (sì, CGI perfetta, ma credibilità pari ad una sceneggiatura di Tony Scott) ho capito perchè. Perchè io Revenant l’avevo già visto, tanto tempo fa, non si chiamava così e non c’era Leonardo Di Caprio: era Uomo bianco, va’ col tuo dio (Man in the wilderness) con Richard Harris, era molto più breve e rimandava più a Moby Dick che all’Odissea. Perchè da quel momento in poi Revenant è il girovagare con le mani e con i piedi – letteralmente – di un povero cristo che tenta di tornare a casa incontrando lungo la strada ogni possibile ostacolo immaginabile. E ce la fa solo perchè la volontà di vendetta è più forte del freddo, delle ossa rotte e della setticemia. E perchè ha un culo clamoroso o poteri rigeneranti tipo Wolverine.

Wolverine con la faccia di Leonardo Di Caprio, protagonista di una performance che punta decisa all’Oscar, declamando si e no 15 battute – manco Schwarzy in Conan il Barbaro – e puntando tutto sui denti inferiori in bella mostra, l’occhio ceruleo sgranato e due ore di rutti bofonchiati, bava colante da ogni orifizio (naturale e artificiale) e espressione disperata. Praticamente quanto bastò ad Matthias Sammer per vincere il suo Pallone d’Oro nel 1996.

Il dramma vero, che difficilmente verrà ammesso dai critici, è che passare la metà del tempo della visione a pensare ad altro non fa di un film un capolavoro, specie se lo sforzo maggiore durante la proiezione è quello di trovare una sintesi allo stesso per dire “con 20 euro lo facevo meglio io”, cosa che potrebbe avvenire se non si fosse continuamente interrotti da paesaggi sconvolgenti e dal commento sonoro di Sakamoto, altra perla di violenta ripetitività che sottolinea le sfighe epiche del protagonista, e da improvvise illuminazioni citazionistiche, di sicuro assenti nella volontà egotica di Inarritu.

A parte i momenti spiritual new age, tipo tizia a volo radente su campo di grano stile Il Gladiatore, in fondo Revenant potrebbe benissimo essere ristretto ad un documentario sull’Alberta, incrociato con una puntata in Alaska di Bear Grylls, senza la pubblicità, che finisce con del sangue sulla neve mentre due tizi barbuti si prendono a coltellate e ad accettate, come in Gangs of New York.

E come in Gangs of New York, Di Caprio con la barba (monolunghezza durante tutto il film) scompare davanti a Tom Hardy, novello Daniel Day-Lewis.

Cosa rimane alla fine? La citazione di Rambo III, se hai un buco in corpo e della polvere da sparo, accendi un fuoco e non preoccuparti e il fatto che tutto quello che accade in fondo è colpa dei Francesi (sì, ci sono anche loro e qualche indiano, ma solo come comparse di scena).

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