Qualche dubbio… sul potere.

l-esercizio-del-potere-3596274Ogni volta che Luciano D’Alfonso parla – e lo fa spesso – di cosa sia importante nell’amministrazione, puntualmente ricade lì, su quella parolina che rischi di fare correre i brividi lungo la schiena di chi l’ascolta: il potere.

La disamina è spesso condivisibile, ma la forma altrettanto spesso, mi lascia interdetto.

Il potere come motore e acceleratore delle capacità decisionali di un’amministrazione è il concetto di fondo di un’analisi della società che viene frenata ingiustamente da lacci e lacciuoli posto dallo stesso potere, è la visione alta del ruolo di governo, ma ogni volta nell’eccessiva purezza di questa visione il sottoscritto si perde dietro ai non detto e ai gesti che accompagnano l’esposizione dell’idea. E da buon avantologo – perchè basta con la dietrologia… – io mi preoccupo.

Mi preoccupo perchè traspare una concezione della politica come servizio sì, ma destinato ad una classe elitaria, che magnanimamente si spende per migliorare il migliorabile, ma in ragione di esigenze la cui priorità è lasciata al proprio giudizio o, al massimo, a quello dei suoi naturali e più affini interlocutori.

Ed è questo che non mi convince.

E’ la pratica di una sorta di dispotismo illuminato – che non osteggerei se il despota fossi io, ovvio… – che si rivolge solo a settori della società considerati fondamentali: una evanescente borghesia illuminata (o lampadata, come ha detto qualcuno), vescovi, poteri economici…

Mancano un farmacista e un carabiniere per avere il solito tressette da paesino del Sud Italia, con i passanti che si scappellano festosi quando si trovano a passeggiare davanti al tavolo.

Ed è la centralizzazione di un progetto su un individuo, invece che sulle idee, che rischia di impedire anche al miglior politico del mondo di far comprendere appieno la definizione dell’esercizio del potere che lui stesso propone.

Come ho avuto già occasione di dire, Luciano D’Alfonso ha nella mente delle persone un’immagine vincente, di un sindaco che 10 anni fa è stato capace di rinnovare e trasformare una città come Pescara con la forza dell’esercizio positivo del potere che oggi tanto decanta, ma dopo gli stessi 10 anni, rischia di possedere lui stesso un’immagine della società già superata, quando non già troppo ancorata ad una concezione borbonica, che forse mal si adatta ai territori al di sopra del Vomano.

Ma come si sa, io sono sempre troppo ottimista, per quanto riguarda la concezione del cittadino di questa provincia, perchè in fondo la presenza di Luciano D’Alfonso nei nostri territori pare suscitare entusiasmi da troppo tempo sopiti, e l’attenzione alla sua figura assume contorni da venerazione messianica da destra come da sinistra.

Atteggiamenti che, se da un lato fanno sorridere – o sogghignare – sul fatto che in fondo tutti siano pronti ad offrire una stampella al vincente di turno in cambio del mantenimento delle proprie rendite di posizione, fanno anche pensare che probabilmente si abbia a che fare con un vincente vero.

Ed è questa la vera questione dirimente: sarà in grado Luciano D’Alfonso di trasformare la sua idea di amministrazione del potere in qualcosa che cambi veramente l’Abruzzo, o si rischierà semplicemente di cristallizzare ancora di più un sistema piramidale di gestione, cambiando solo qualche protagonista?

Ad ora queste domande rimangono per me ancora inevase, quello che però mi pare chiaro sin da ora è che con questo modo di muoversi, fuori e dentro i partiti, tra incontri personali e accordi variabili, il progetto politico non è assolutamente delineato: liste civiche moltiplicate all’infinito, carne fresca da inviare al macello, zappettamenti, sono parole e strategie che rivelano la debolezza di un territorio e dei ruoli politici che dovrebbero rappresentarlo.

Luciano D’Alfonso ha per me la forza di vincere, ma ha anche la forza tremenda di lasciare dietro di sé solo le sue vittorie, quando da alleati e collaboratori alla pari ci si vuole trasformare in cortigiani, perchè, come diceva Silone, servirsi del potere è un illusione, quando è più facile che il potere si serva di noi.

E io spero che chi vuole candidarsi a guidare l’Abruzzo si renda conto che debba spiegare la propria idea di potere a tutti, in modo che non provochi equivoci, che i suoi interlocutori e il suo linguaggio debbano essere adeguati al ruolo e alle istanze che deve rappresentare, e che lo scopo finale non sia il vincere per vincere.

Ed è proprio il concetto di vincere per vincere quello che mi viene alla mente ogni volta che sento l’elogio dell’amministrazione del potere (con pronuncia di Lettomanoppello), perchè se il progetto fosse la semplice vittoria, non sarebbe destinato a durare, né a costruire nulla di duraturo.

Perchè in fondo, non facendo parte della “borghesia pensante” (definizione adatta al dizionario del cafone arricchito, direi…), a me sentire parlare qualcuno del potere in questi termini, conoscendo tutto ciò che gli è derivato nell’esercizio “veloce” dello stesso, viene in mente Tiziano Terzani:

“il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! […] Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande“.

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