Linee guide (localizzate).

[Lo so, è lungo. Lo sapete, dovete leggerlo lo stesso.]

A distanza di poco tempo, è il momento di completare il ragionamento iniziato con il post Linee guide – la citazione è di un esimio intellettuale operante nel campo della sicurezza sul lavoro… –, e calarlo nella nostra realtà locale.

Non sono Barca, quindi non posso permettermi una cinquantina di cartelle di documenti programmatici, ma ritengo fondamentale riprendere a spiegare le ragioni di un’appartenenza, le basi e gli obiettivi di un progetto, per dimostrare quanto ancora sia necessario il ruolo di un partito organizzato, anche nel momento in cui sembra trionfare una specie di leaderismo votivo.

Sono il ragionamento, la dialettica, la contrapposizione delle tesi, il fulcro della costruzione di una proposta politica, non il demandare ad altri la bandiera di un pacchetto di idee preconfezionate, a cui aderire a scatola chiusa, provando a vivere della loro diffusione.

Ed è per questo che quel chi siamo? dove andiamo? ma soprattutto, quanti siamo? vuole essere la semplificazione più evidente di un tentativo di rimettere al centro della discussione le ragioni per cui questo partito rimanga ancora la risorsa fondamentale per aggregare tutte le forze alternative a questo sistema di governo, al cosiddetto berlusconismo a livello nazionale, al familismo clientelare in tutte le declinazioni locali. E il ragionamento, secondo me, è più semplice ora a livello locale che a livello nazionale, visto il nostro essere decisamente fuori da logiche spartitorie o da governi di larghe intese.

Chi siamo?

Paradossalmente, è questa la risposta che ancora non si vuole definire. Nella teoria della difesa del partito solido, negli ultimi anni ci siamo ritrovati a pensare ad un apparato più favoleggiato che esistente, cosa che ha praticamente ridotto le emanazioni locali del PD – tranne nelle grandi città – a liste civiche più o meno organizzate, tremendamente autonome e poco governate al loro interno. La cosa vale anche per la nostra città, in cui dopo le ultime amministrative e per i successivi anni, si è scontata l’assenza di un collegamento diretto con gli organismi regionali e nazionali.

Il Partito Democratico teramano è fatto molto più di singoli che di aree, e vive in questo senso la sua dinamicità e la sua staticità. In quest’ottica le “divisioni” nazionali vengono distorte a livello locale, perdendo spesso le loro ragioni di esistenza, quello che quindi si dovrebbe fare è concentrare gli sforzi nell’organizzazione di un PD teramano, prima ancora di occuparsi di problemi nazionali che ad oggi diventano solo occasioni di divisione individuali.

La situazione teramana consente inoltre di definire una volta per tutte ed in maniera chiara i confini di operabilità della proposta politica, che nelle attuali condizioni è persino più ampia di quelli delimitati a livello nazionale, potendo questo partito rivolgersi a tutti coloro che non si riconoscano nella filosofia amministrativa delle giunte di centrodestra che imperversano ormai da un decennio. E’ quindi assurdo che ad oggi risulti così difficile coagularsi intorno ad una posizione chiara di alternativa e si continuino a formulare ipotesi fantasiose di “erosione” di consensi – quando non proprio di rappresentanti – al centrodestra. Una politica che oltre a dimostrarsi fallimentare negli ultimi appuntamenti elettorali, ha come conseguenza il mantenere l’immagine di partito ibrido nella mente degli elettori di centrosinistra e quello di non convincere nemmeno i corteggiati, che non vedono alcun vantaggio in matrimoni di convenienza, senza convenienza.

Questo PD deve comprendere che il suo blocco sociale di riferimento in questa città è l’elettorato del centrosinistra, e che ogni suo tentativo di riacquistare consensi deve passare necessariamente per un rafforzamento all’interno di questo corpo elettorale. Solo facendo questa necessaria chiarezza potrà successivamente rivolgersi in maniera credibile ai cittadini come forza aggregante di coalizioni che possano andare – a livello di voti dei cittadini, non a livello di accordi tra sigle di partiti – oltre il centrosinistra, altrimenti l’immagine migliore che protrà lasciare di sé è quella del cameriere del potente di turno.

Dove andiamo?

E’ la risposta che si potrà dare per prima. Anche se le Amministrative distano un anno, la decisione del PD di ufficializzare il suo candidato per eventuali primarie e l’approssimarsi dei congressi, sono lo strumento con cui si farà luce sul cammino che aspetta il partito teramano nei prossimi mesi.

La necessità di costruire una coalizione alternativa a questo centrodestra deve essere la discriminante per il progetto del PD teramano, deve essere il motivo di una mozione congressuale fondante che scavalchi le divisioni correntizie nazionali per concentrarsi sulle necessità locali, la scelta di un unico candidato alle primarie per il Partito Democratico deve divenire il primo segnale di un cambio di rotta visibile, di un percorso che porterà prima alla composizione di una coalizione di centrosinistra, poi ad una proposta di governo per la Città. In questo modo si potrà strutturare un’organizzazione in grado di gestire non solo l’immediato, ma di programmare il futuro, rifuggendo dalla logica del “vincere per vincere”, che fino ad oggi ha impedito la vittoria stessa.

Il congresso poi deve essere l’occasione per rivisitare fortemente la forma di questo partito teramano, dall’articolazione dispersiva dei circoli alla loro scarsa capacità di incidere sul territorio – per la loro composizione, limitata possibilità di azione… –, alla gestione finanziaria dei fondi, alla composizione di organismi esecutivi ed organizzativi. Una struttura funzionante e funzionale, prima che rappresentativa, per quest’ultimo organismo, in un momento in cui è necessario sapere su chi poter contare “fisicamente” e non di bandierine segnavento.

Quanti siamo?

Contarsi è sempre il modo migliore per contare. Se si riesce a riportare al centro della discussione il ragionamento sul progetto, sulle basi ideologiche, sul ruolo del PD come perno del centrosinistra, e non come alleato supponente verso la sinistra e sbavante verso il centro, possiamo essere molti. Così tanti da costruire davvero qualcosa, persino da convincerci di poter vincere le prossime amministrative.

Tuttavia se dovesse prevalere il giochino al nascondersi o quella che può essere rappresentata come una guerra di trincea tra due plotoni già decimati, rimarremo così pochi che nemmeno il simbolo del PD a Teramo potrà contare qualcosa.

Il continuo annullare la possibilità di ragionare, mettendo da parte i problemi senza risolverli, fingendo di poter ignorare l’evolversi delle contingenze esterne e il deteriorarsi di alcuni rapporti, hanno segnato il PD nazionale come quello locale, ed hanno consentito la situazione attuale, in cui gli individualismi rischiano di essere considerati l’unica soluzione di un’organizzazione distrutta dagli individualismi stessi.

E allora se le legittime aspirazioni personali, si devono mischiare con il risiko dei riposizionamenti e della conquista dei territori, questo partito perde. Perde perchè non è in grado di offrire una visione della società, ma nemmeno del metodo di amministrazione, alternativa a quella a cui ha consegnato fino ad oggi la vittoria. Perde perchè non ha il coraggio di posizionarsi coerentemente con le belle parole da tutti sottoscritte alla sua fondazione, con gli statuti e i codici etici, perde perchè per vincere progetta sempre senza riuscircidi spaccare lo schieramento avversario senza impegnarsi a compattare il proprio.

Con il solito piccolo problema che poi le grandi strategie dei grandi condottieri muoiano sotto i colpi delle matite copiative nelle cabine elettorali, i candidati sindaci frutto della teoria del divide et impera funzionino solo in chiave anti-centrosinistra, e ci si stia ancora a vantare di una sconfitta al 37% come un grande risultato.

Io credo che il prossimo congresso, e le tappe che ci porteranno ad esso, possa essere fondamentale, specie a livello locale per decidere quanti saremo a sostenere questo partito. Lo saranno l’indicazione dell’eventuale unico candidato del PD alle primarie di coalizione per il sindaco, lo sarà il progetto di costituzione di una coalizione che nasca nel centrosinistra e riesca ad aprirsi alle liste civiche, ai movimenti, ai semplici elettori, sulla base di una sua identità propria, non cucitale addosso da accordi extraterritoriali né dall’ennesima sorpassata strategia perdente, la sarà un congresso locale nel momento in cui il PD teramano riuscirà a comprendere che le posizioni coorrentizie nazionali influiscono poco o nulla sulla nostra realtà, e che il problema non è la coesistenza tra renziani e non, ma tra persone che condividano l’idea di un PD vincente e protagonista nel centrosinistra.

Anche perchè, ai vari Renzi, Civati, Cuperlo interessa poco sapere da chi siano rappresentati a Teramo, non giocandosi qui la corsa per la segreteria nazionale. E’ ovviamente più funzionale a qualcuno coprire le proprie posizioni dietro la guerra fredda romana…

E se poi piove?

Un partito non è un contenitore sigillato ermeticamente, il rischio che qualcuno vada via è direttamente proporzionale a quello che qualcuno arrivi. Sono le politiche e le idee che dovrebbero alimentare queste organizzazioni, non i nomi o le amicizie. Abbiamo detto no al partito liquido, e ci ritroviamo un partito in evaporazione, abbiamo detto no al correntismo e ci ritroviamo aderenti a più corrrenti contemporaneamente, perchè ci sono più capibastone che iscritti, abbiamo detto parole chiarissime perchè fosse più semplice venirgli meno. Beh, è il momento di cambiare.

Chi fino ad oggi ha sbagliato, può continuare a tessere da solo le proprie lodi, ma non può ricoprire incarichi dirigenziali di primo piano, non perchè sia vecchio, o provenga dai DS o dalla Margherita, ma semplicemente perchè ha fallito tutte le occasioni – troppe – che gli sono state concesse. La formula non funziona, è chiaro, non funzionano i giocatori, ormai più che affaticati, non funziona il non prendere di petto i problemi.

Quello che ci aspetta da qui ad un anno, tra congressi, Regionali, Europee ed Amministrative – sempre che non ci siano le Politiche – è capire che questo è il momento dell’assunzione e dell’esercizio delle responsabilità, è il momento di dimostrare di essere discontinui ed alternativi a questo centrodestra non più solo con le parole, ma soprattutto con i fatti, è il momento della costruzione sulla base dell’allargamento e non dell’annessione.

Ed è il momento di decidere.

Perchè sono le decisioni che sanciscono la scelta di una tesi, perchè chi non è d’accordo può esprimersi e anche decidere di lasciare, perchè i nodi gordiani ogni tanto hanno bisogno di un Alessandro più che di contemplatori.

E se si dovesse fallire, si fallirebbe in un modo nuovo, ma continuare a dare ascolto a chi decide di essere sconfitto da un decennio vorrebbe dire progettare il fallimento. E qui, si vorrebbe vincere.

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