Linee guide (cit.)

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Nell’immagine la trasformazione dei partiti italici: dal 1989 al 1993 l’aumento della temperatura dovuto al sovraffollamento di Berlino Est e del carcere di San Vittore portano allo scioglimento di PCI, DC e PSI, la pozzanghera che si forma, chiamata Seconda Repubblica, contiene i miasmi di Forza Italia. Grazie alle piogge di contributi elettorali, anche Margherita e DS decidono di costruire il grande Partito Liquido. Oggi l’effetto serra dei vaffanculo genovesi rischia di portare in forma di vapore PD e PdL, mentre grazie alla cessione di calore all’ambiente esterno, il M5S assume sempre più i metodi e i sistemi dei partiti solidi.

Chi siamo? dove andiamo? ma soprattutto, quanti siamo? e se poi piove?

[pre/post scriptum: il post doveva rispondere a queste domande su base locale, ma un attacco di megalomania mi spinge ancora una volta a partire dai massimi sistemi, per arrivare a poter creare una discussione che possa arricchire la mia ipotesi di partito – e di centrosinistra -, per definirne una nella realtà teramana. Amen.]

Se l’umanità prova disperatamente a rispondere a queste domande esistenziali, non si capisce perchè nessuno si ponga il problema quando si scende sul piano più pratico della politica. Se a livello puramente speculativo definire un obiettivo oggettivo per l’intero genere umano potrebbe rivelarsi di una qualche difficoltà, sul piano politico diviene incomprensibile ai più come sia possibile l’esistenza di partiti che fanno della mancata definizione dei propri obiettivi la vera cifra di esistenza.

Il passaggio dai partiti di massa al “partito liquido”, che ha segnato il tramonto degli attori della prima repubblica e l’involuzione della seconda, è stato traumatico e repentino, tuttavia non ci ha consegnato la solidità di quello che Kirchheimer chiamava catch-all party, il partito capace della conquista di tutti gli elettori disponibili per ogni elezione, ma solo il suo aspetto più deteriore, l’assenza di una soglia minima di visione della società delle quali i rappresentanti dello stesso partito devono essere espressione.

Perchè è nella società italiana che il partito teorizzato come liquido sta evaporando.

La difficoltà di costruire davvero il Partito Democratico nasce esattamente dalle considerazioni sopra riportate: un partito che ha trovato ad oggi la propria ragione di esistere solo nelle competizioni elettorali (che non vince…), che ha cambiato il suo schema di gioco in ragione delle stesse (vocazione maggioritaria veltroniana, coalizioni uliviste, leaderismo simil-blairiano…), abbandonando la filiera della politica attiva nelle realtà locali; un partito che oggi, nella nebulosità degli obiettivi e nella sempre più rapida trasformazione della società, non ha ancora il coraggio di rispondere a quelle domande esistenziali sopra esposte. Non ha il coraggio non perchè non abbia risposte, ma perchè forse ne ha fin troppe, a livello nazionale come a livello locale.

Chi siamo?

La definizione specifica era prerogativa dei partiti di massa, la ricerca di temi consensuali quella del partito liquido, dopo 7 anni – e quattro segretari di cui due transitori… -, il meglio che si è cercato di fare nel Partito Democratico è stato relegare nei recinti dei clan i temi su cui non poteva esserci condivisione. Una soluzione che è servita solo ad alimentare un continuo bisogno di distinguersi dalle altre “correnti”, bloccando in toto i processi decisionali, svuotando il voto democratico, preferendo alla contrapposizione assembleare l’accordo al ribasso, o il “ma anche…” di veltroniana memoria.

La domanda riguardante chi sia l’oggetto dell’offerta politica del PD rimane inevasa in un generico “tutti”, che abbiamo scoperto non poter accontentare nessuno, oltre che rappresentare il cavallo di Troia per eventuali contaminazioni contronatura, come il governo di convenienze parallele.

Dove andiamo?

In mano ai traghettatori ci si mette quando si deve attraversare qualcosa che ci separa dalla meta. Già la durata incognita della traversata potrebbe lasciar pensare di trovarci alla deriva – oltre ad un esagerato costo del biglietto, visto che sediamo nel posto accanto a Quagliariello e Lupi –, ma l’idea peggiore è quella di provare a rimanere immobili nel mezzo di una tempesta, in attesa di una venuta messianica, che diradi le nubi e ci riporti sulla rotta giusta. Nel momento in cui sarebbe necessario remare tutti insieme – e persino chiedere aiuto ai passeggeri –, sembra che la preoccupazione maggiore degli ufficiali sia scegliere chi fare affondare con la nave, salvo, in caso di successo, essere pronti a celebrarne la promozione ad ammiraglio. Al momento il PD non va da nessuna parte, subisce l’iniziativa altrui, e non è ancora capace di trasformare l’iperpersonalismo di alcuni suoi dirigenti in qualcosa di più simile ad un leaderismo laico, dove si metta a disposizione una leale collaborazione sulla base di tesi e idee, e non di un acritico innamoramento (i supporters di D’Alema e Renzi sono l’esempio lampante).

Quanti siamo?

Finchè si tenta di guardare il PD con gli occhi degli ex DS o degli ex Margherita, saremo sempre meno. Perchè è questo che continua ad impedire la definizione del nostro blocco sociale di riferimento, sono le rappresentazioni ormai superate dalla nostra società che impediscono a questo partito di poter capire che è ora di definire un progetto che coinvolga l’intero mondo del lavoro, dal precario al libero professionista, dal commerciante al dipendente, perchè gli interessi delle categorie produttive sono oggi comuni tra loro, mentre sono estremamente conflittuali con quelli delle lobbies finanziarie, bancarie, della grande industria e, non ultima, con la burocrazia di questo Stato. Se vogliamo essere di più, ciò che viene richiesto non è la rinuncia all’identità, è, invece, abbandonare una teoria che non ha più riscontri sperimentali nella società italiana, per cercare di elaborare un nuovo modello, magari meno esteticamente accattivante, ma più rispondente alla realtà. Se invece si vuole mantenere la purezza del ruolo dei custodi della tradizione, forse, come viene sempre richiesto ai ministri di culto nei paesi laici, si dovrebbe fare un passo indietro, lasciando la possibilità ad altri, magari, di sbagliare, ma in modo nuovo. I trasformismi di chi fino ad ora ha avuto ruoli di rilievo riducono l’appeal del PD, pur garantendo la sopravvivenza dei trasformisti stessi.

E se non dovesse funzionare?

Se poi piove, piove per tutti. L’unica certezza, a differenza di ora, è che se dovesse emergere una nuova classe dirigente – se si volesse tentare l’esperimento della vera costituzione del PD -, in caso di fallimento non potrebbe disporre di alcun ombrello, e sarebbe naturalmente destinata ad essere sostituita. L’alternativa, ad oggi, è rimanere nella tempesta, accusati dai passeggeri di aver beccato l’unico iceberg in mezzo all’oceano, e senza nemmeno un’orchestrina che suona, mentre il comandante cerca di convincere il suo riflesso nello specchio che questa nave è inaffondabile.

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  1. Linee guide (localizzate). | cerebrolesTo - 08/06/2013

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