Non sono 47 cartelle.

barca

“mmm, mo’ te frego io…, noi, perchè mi sono iscritto, come fosse Bersani anche per lei, lo vede che Renzi stuzzica? e brematura anche! noi, ecco, due parole come… partecipazione cognitiva!!! “

La mobilitazione cognitiva poteva risparmiarsela, e poteva anche scrivere meno di 47 cartelle, ma un merito Barca lo ha avuto, donare almeno 15 euro a questo partito.

Devo ancora finire di spulciare il suo “Un partito nuovo per il buon governo”, ma prima di essere scavalcato dall’ultimo arrivato – nonchè Ministro del Governo sobrio –, mi tocca pubblicare il mio personale Manifesto. Più breve e nei limiti del possibile senza formule che assomiglino a versi di canzoni di Morgan. Come sapete preferisco citazioni dal Live Tour a Bruxelles di Battiato.

Non si può parlare di PD, né di forma partito, né di politiche di governo, senza tenere ben presente la situazione italiana, non odierna, ma degli ultimi venti anni.

La presenza di Silvio Berlusconi ha introdotto una nuova variabile nelle dinamiche della politica italiana: la dialettica destra-sinistra (o DC-PCI) è stata alterata nella nuova formula Devoti dell’Unto – Anime Belle contro l’Anticristo. E non è roba da poco, anzi, è la chiave di lettura della nostra involuzione politica.

E in questa ottica che si è arrivati in questo Paese al superamento delle ideologie, cioè al rimescolamento di ambienti conservatori, riformisti moderati e liberali con quello che rimaneva del PCI già messo in crisi dalla caduta del Muro.

E’ questa la genesi dell’Ulivo prima, del PD dopo.

Troppo spesso si è parlato di fusione a freddo tra i due partiti egemoni, DS e Margherita, per giustificare i balbettii e la mancanza di risuluzioni chiare (tipo l’appartenenza ad una famiglia politica europea) di questo Partito, seppellendo dietro una formula un complesso di dinamiche che poco rispecchiano i reali motivi di frizione interna.

Il Centro-Sinistra degli anni 2000 nasce sulla base della contrapposizione a Silvio Berlusconi, e supera per questo i suoi recinti ideologici di appartenenza: componenti moderate e conservatrici vedono compresso il loro spazio di azione dall’egemonia silviesca (anche grazie alla millantata svolta bipolarista del Paese), e in buona o cattiva fede decidono che è giunto il momento di allearsi con quelli che fino al giorno prima erano i nipotini di Stalin, con il fine di ristabilire in seguito una dialettica centrodestra vs. centrosinistra senza l’ingombrante presenza del Cavaliere.

Non tutta l’area centrista segue questo progetto, o perchè saldamente incollati ad uno strapuntino – Casini… -, o perchè allergici in ogni caso ad alleanze coi tanto vituperati comunisti. In ogni caso, il loro destino, scopriranno, è quello di essere fagocitati dall’Impero nell’evoluzione del centro-destra italico.

A chi ha abbandonato l’ovile va meglio? No.

Il forte potere di interdizione millantato si limita troppo spesso alla richiesta di quote nell’amministrazione e al veto di coscienza su qualche provvedimento. Ma in un rapporto proporzionale che vede la sinistra in vantaggio di almeno 2:1, lo spazio di manovra è ridotto, e i risultati sono scarsi sul piano elettorale.

Serve un nuovo partito, per poter cominciare da zero questa coabitazione, con nuove regole e senza rapporti di forza: si pensa al grande Partito Democratico, somma a valore aggiunto del Nuovo Centrosinistra, l’incontro di riformisti e progressisti, di socialisti e cattolici.

Tutto questo avrebbe preteso l’elaborazione di nuovi valori fondanti condivisi, ma purtroppo l’anomalia berlusconiana di cui sopra ha stabilito che i termini dell’accordo fossero completamente diversi.

Non solo questo nuovo campo di valori non è stato elaborato compiutamente, ma anzi, troppo spesso si è rivelato un accordo al ribasso. La presenza di quote – marginali, ma rumorose – di conservatori, moderati, neo liberisti, integralisti reazionari, collocatisi al di qua della barricata, solo perchè non d’accordo con i metodi berlusconiani – non potendo trovare spazio elettorale nel centrodestra –, ha trascinato la formazione di un vero partito dal 2007 fino ad oggi.

La fusione è stata fredda perchè basata sull’eliminazione dei valori non condivisi, che erano poi quelli in cui si riconoscevano gli elettori storici ex comunisti ed ex democristiani, ed incompleta perchè non era possibile definirne unanimamente di nuovi. Lo sarebbe stato possibile a maggioranza, però (ma se non si rispettano gli esiti delle primarie, sarebbe dura rispettarne altri…)

Il problema si è trascinato fino ad oggi, quando pare che queste tensioni latenti siano vicine all’esplosione, complice anche la non vittoria elettorale, che spinge la parte più centrista ad alzare la voce sulla gestione di un partito ritenuta egemonizzata e tenuta in ostaggio dalla componente progressista. Che guarda caso è pure maggioritaria (‘sti cazzi).

Ma è anche un’altra la causa da esaminare per comprendere l’attuale indefinitezza del PD: le regole elettorali.

Dalla svolta uninominale si è tornati ad un sistema elettorale prettamente proporzionale, con ampio premio di maggioranza in una camera del parlamento, che obbliga i partiti a coalizzarsi quando non a fondersi, per raggiungere un risultato che li renda vincitori relativi della tornata elettorale.

E’ successo per il PdL, si è pensato potesse funzionare per il PD.

Quello che si è tralasciato è non comprendere che il centrodestra berlusconiano, proprio perchè coalizzato intorno alla figura del leader padre-padrone, condivide al suo interno una medesima visione sociale e antropologica, che gli consente di superare indenne spaccature e contrasti finchè Berlusconi rimarrà sulla scena, nonchè di sostituirlo con un suo erede – o clone -, quando ne sarà il momento.

Il PD – e quello che alcuni dirigenti ritengono il suo potenziale elettorato – non condivide al suo interno una visione simile, poichè si è rinunciati ad elaborarla (o si sono messi da parte persino i tentativi di farlo), per evitare di rompere il giocattolo, aspettando che si diluissero col tempo le ideologie di provenienza.

Abbiamo visto che tutto ciò non funziona, soprattutto negli elettori, che non riescono a comprendere l’offerta politica in primis, quella di governo poi.

Il contributo di Barca ha il merito di riposizionare l’obbiettivo dell’analisi sulla forma partito che il PD vuole assumere, quella che è stata definita volontà di sinistrizzazione del partito, è solo una necessaria operazione di chiarezza, che decida una volta per tutte la collocazione ideologica di questa organizzazione, senza in questo voler dare un giudizio su quale delle componenti fondanti sia migliore.

Io ritengo però che bisogna essere chiari su un punto: il Partito Democratico può esistere e caratterizzarsi come nel progetto solo se definisce i suoi confini naturali, adeguati al contesto italiano: come l’evoluzione del PCI dal 1921 ha portato ad incontrare il cattolicesimo sociale e liberale solo negli anni 2000, probabilmente ad oggi è possibile costruire un grande partito di centrosinistra solo tenendo insieme le forze socialdemocratiche, socialiste, riformiste, progressiste, cattoliche sociali e cattoliche liberali. Non siamo ancora in grado di contenere organicamente al nostro interno forze moderate, liberiste e cattoliche conservatrici, perchè non siamo ancora stati in grado di elaborare una serie di valori che possano portarci a stare nello stesso partito, fatto salvo l’antiberlusconismo, che però non basta a limare le differenze.

A meno di non pensare ad un partito di forma diversa, il partito liquido di veltroniana memoria, che pur straperdendo, in nome dell’anti-maggior-esponente-della-coalizione-a-anoi-avversa raccolse molti più voti dell’inutilmente vincente PD bersaniano.

Io credo in un partito strutturato e caratterizzato, e credo in un centrosinistra che rimanga tale anche dopo il tramonto berlusconiano: credo che si debba essere in grado di elaborare una proposta politica compiuta dalla quale non sia necessario uscire una volta che i voti del centrodestra tornino liberi dal suo possessore.

Non credo che questa sia la via che vogliono le aree moderate che a forza si costringono a rimanere in questo partito.

In quest’ottica ritengo che le posizioni degli attuali renziani rimangano strumentali a temporeggiare in attesa che il mantra più volte ripetuto “Berlusconi è finito”, si realizzi pienamente, sfruttando al contempo il patrimonio di voti di quel che rimane dei partiti organizzati, oggi necessari nell’indisponibilità del consenso elettorale nell’area di centrodestra.

In ogni caso, hanno più chiaro di me che Berlusconi, lungi dall’essere finito, conserva immutato il suo potenziale elettorale, e loro stessi imprigionati nel PD non sono attrattivi verso quell’enorme numero di elettori che pur non volendo votare centrodestra, non potranno mai votare a sinistra, e devono quindi in ogni caso utilizzare le risorse elettorali del PD stesso.

Quello che è quindi necessario nella definitiva costruzione di questo partito è riconoscere – se non si vuole il partito liquido, o comitato elettorale che dir si voglia – la distinzione tra il piano politico, e quindi strettamente legato all’organizzazione del partito, che in quanto tale deve essere composto da aree coerenti, e quello amministrativo/di governo, sul quale è possibile trovare punti programmatici di accordo anche con forze riformiste moderate che però hanno già dimostrato di non poter condividere interamente i valori di un’area progressista.

In questo senso era sicuramente più logico un progetto federativo dell’area di centrosinistra, piuttosto che la ricerca a tutti i costi di un peso maggioritario del partito, che sconta oggi al suo interno la coabitazione di posizioni socialdemocratiche e idee neoliberiste, che ne ingessano (quando va bene) l’azione, e ne squalificano (come nella campagna elettorale passata) le proposte.

A chi può non piacere un sistema del genere? A quelle forze marginali che oggi esercitano un enorme diritto di veto, godendo di una visibilità e un’approvazione esterna maggiore del loro reale valore all’interno del PD.

Fondamentalmente: se proprio non riuscite a stare qui, non vi trattiene nessuno. Anzi, probabilmente sarebbe più facile arrivare ad una seria proposta di governo, se chi non condivide la tendenza – per una questione di numeri – progressista del partito, lavorasse a costruire un nuovo soggetto federato più vicino alle posizioni centriste, senza tentare strumentali prove di forza.

Perchè tanto, Berlusconi è ancora vivo e vegeto.

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