Provinciali.

Non cancelliamo la Storia, torniamo alle regioni augustee e lasciamo chietini, pescaresi e aquilani a scannarsi tra loro. Se a Giulianova c’è un cartello con scritto Dogana un motivo ci sarà…

Premessa 1: vista la nostra architettura amministrativa, il sottoscritto è da sempre contrario all’abolizione sic et simpliciter delle provincie come noi le conosciamo o meglio come noi le abbiamo conosciute, prima del loro proliferare -, per le funzione a loro assegnate come ente intermedio tra Regioni e singoli Comuni e per il ruolo stesso di erogatrici di servizi unitari sul territorio. Punto.

Premessa 2: la cosidetta spending review montiana rimane per me un’ennesima operazione maquillage, buona per gli annunci, ma che rischia di essere smontata prima ancora di entrare in funzione, e che al massimo potrà avere giusto qualche influenza recessiva sul Paese. I “mercati” l’hanno già fatto capire, e il fatto stesso di continuare a dire che questo governo durerà senza se e senza ma, fino alla fine naturale della legislatura è uno dei motivi per cui ha perso mordente la sua azione: tradotto, se qui si garantisce il galleggiamento per altri 9 mesi, nulla è cambiato, le riforme – vere o presunte – non si faranno mai, o se si faranno saranno condizionate da chi c’era prima. Amen.

La riforma delle provincie italiche segue le premesse sopra enunciate: non possiamo abolirle perchè si dovrebbe cambiare la Costituzione, ne tagliamo qualcuna qua e là, con criteri estemporanei, così facciamo vedere che stiamo facendo qualcosa, e possiamo andare a in giro a dire che siamo rigorosamente e sobriamente bravi.

Ma a cosa dovrebbe servire una provincia? quali dovrebbero essere i suoi compiti? e soprattutto, come dovrebbero essere stabiliti i suoi confini?

I criteri fissati dai sobri professori sembrano accogliere le condizioni più logiche: estensione, popolazione e numero di comuni amministrati. Sembrerebbe una scelta razionale, fino a che uno non guarda una cartina fisica dell’Italia e si rende conto che Veneto ed Emilia Romagna tendono ad essere differenti da Toscana e Abruzzo, e che tra Viterbo e Frosinone c’hanno messo Roma (perchè i nostri antenati Latini non erano sobri, né professori); e questo aggiunge un altro criterio discriminatorio, alla geografia orografica si sovrappone la Storia – chi c’avrebbe mai pensato che un massiccio montuoso avrebbe potuto decidere diverse evoluzioni del tessuto economico e sociale di una popolazione… – che narra di antiche rivalità, di infrastrutture di collegamento su direttrici preferenziali, diversi orientamenti di sviluppo economico. Forse un professore di geografia al governo sarebbe stato utile, o anche solo un geometra.

E qui veniamo a noi, che fine farà Teramo in tutto ciò?

La vulgata vuole che ci sidovrebbe accorpare a L’Aquilae avrebbe senso secondo la leggina, se gli enti soppressi non potessero accorparsi tra loro – perchè altrimenti lo scopo del taglio diventerebbe inutile (ne taglio 40, ma me ne ritrovo 20, perchè si accordano due a due), ma sappiamo quanto sarebbe problematico territorialmente amministrare una Provincia che si estende ipoteticamente da Avezzano (eh, sì, AZ sarà sempre solo un dentifricio) a Martinsicuro, anche solo per rifare un asfalto; certa politica spinge per la soluzione “capra e cavoli” dell’accorparsi con Pescara, in modo da salvare anche quell’amministrazione, altrimenti fagocitata dai rivali chietini, idea che potrà reggere solo finchè qualcuno non si renderà conto che un’eventuale accorpamento Chieti-Pescara sposterà il capoluogo in riva all’Adriatico, e a quel punto inglobare Teramo porterebbe naturalmente ad elevare ancora di più l’ex borgo di pescatori diviso da un porto canale a vero capoluogo di regione.

Ah già, perchè in tutta questa tarantella, tra un taglio e una strisciata di colla Pritt, ci dimentichiamo che questa Regione ha già i suoi uffici sdoppiati tra L’aquila e Pescara, e che tutto ciò ha già un costo ridondante, ma per ora chissenefrega.

Ma l’importante è far vedere che noi facciamo qualcosa, allora non ci poniamo nemmeno il problema che l’abolizione per decreto di qualche consiglio provinciale porterà la Toscana ad avere provincie dell’estensione di una media regione italiana, né che Perugia e Matera saranno capoluoghi di una provincia che coincide con la relativa intera Regione, con tanto di duplicazione di compiti e uffici, alla faccia della razionalizzazione, e soprattutto della razionalità.

Essere sobrio ed essere tecnico non serve, se metti un idraulico a difenderti in tribunale.

Io voglio difendere le prerogative delle provincie, perchè credo che in un modo o nell’altro, pur abolendole completamente, una vera riforma dell’archietttura amministrativa – mi piace ‘sto termine – non può prescindere da ambiti più circoscritti della Regione, ma che comunque possano rappresentare gli interessi consortili dei singoli Comuni, e siccome ad oggi le provincie come le abbiamo conosciute rispecchiavano ragionevolmente i limiti fisici di un territorio, gli ambiti amministrativi intermedi sarebbero disegnati entro questi confini geografici: non voglio sapere di quali funzioni potranno essere svuotate o investite, né voglio preoccuparmi del fatto che debbano scomparire ruoli “assessorili”, quello che credo è che l’operazione di taglia e cuci al buio sia tremendamente deleteria, per i servizi e la rappresentanza, ma solo per questo.

Questo se devo difendere le provincie, se invece dovessi difendere l’esistenza di tali enti per limitarmi a rivendicare la sede di un ufficio pubblico, di una prefettura o di una caserma, beh, io non credo valga la pena muovere un muscolo per una tale battaglia di retroguardia, è finito il tempo delle speranze di far prosperare un territorio per l’unica presenza di investimenti – spesso improduttivi – pubblici, sarebbe solo un modo nascondere tra i dati la morte di un territorio. Un territorio cresce se ci sono dinamismo imprenditoriale, infrastruttture e una classe politica lungimirante, e questo non vuol dire sposare le ragioni dell’antipolitica, ma rendersi conto che il sistema che ha governato l’Italia negli scorsi settant’anni è definitivamente in crisi, uno sproporzionato e mal allocato ricorso all’impiego pubblico (più leggi, leggine e prebende ad minchiam) ha svuotato le nostre casse, e non è il caso di perseverare sulla questa strada.

Non abbiamo bisogno di stipendifici, ma di investimenti veri e produttivi, una cosa è creare le condizioni per avere un centro di ricerca di eccellenza, un ospedale con reparti all’avanguardia, un altro è avere sedi di uffici inutili e ridondanti, che sono visti dai cittadini normali più come pesi che come reali risorse.

La storia non ce la può scippare nessuno, quella rimane, anche se venissimo aggregati a Pescara o a L’Aquila, ciò che non va cancellato dall’agenda sono le necessità dei cittadini che vengono amministrati, esigenze, richieste, bisogni e rappresentanza. Il resto è tifo calcistico, sacrosanto, folkloristico, ma adatto giusto allo sfottò, in fondo mai con zingari, pesciaroli e pecorari è un ottimo slogan (almeno, io lo sfodero ogni volta che posso).

Poi, se dovessi dire la mia, visto che saremo eliminati – almeno sulla carta – senza possibilità di resistere, un bel referendum per andare nelle Marche e via, se proprio devo seguire qualcuno, scelgo chi sta meglio. Ma credo che non ci vogliano. Quindi è anche più facile provocare…

ps: è quasi ora di vacanze, ma, inutile che lo dica, è facile che ogni tanto mi scappi un post

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  1. Inadeguatamente, ‘sti cazzi. « cerebrolesTo - 01/11/2012

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