Il PD che voglio io…

Siccome siamo a luglio – e dovremmo essere sotto l’ombrellone, mentre invece ci troviamo a 36 gradi in città –, non c’è nulla di più rinfrescante che parlare del PD, giusto per poter ripetere all’infinito la consolante espressione “fusione a freddo” ed essere percorsi da piacevoli brividi

La politica nazionale sembra squassata da rivolgimenti copernicani, e i sondaggi devono dare chiaramente per vincente una coalizione di centrosinistra, se persino il mai calcolatore Casini ritiene oggettivamente necessario affidare la propria futura rielezione in Parlamento al PD, e un ringalluzzito Silvio si presenta davanti ad una platea di giovani in forma smagliante ad annunciare che è il momento di un restyling del brand, pur senza cambiare testimonial. Davanti a tutta questa voglia di moderati immoderabili e centristi decentrati chi rischia di venire impallinato però, è proprio il PD, costretto tra il sostegno al sobrio governo tecnico e la necessità di elaborare una proposta di governo realmente alternativa allo stesso governo che sostiene; aggiungeteci il caldo, qualche uscita provocatoria di questa o quell’altra corrente e finiremo per trovarci a votare ad ottobre (forse) delle primarie di coalizione dove magari non si conoscerà ancora la coalizione

Bene, questa era la premessa di politica nazionale per invogliarvi a seguire il mio ragionamento su cosa credo che sia il PD, dove vada, come io lo vorrei davvero e quanto poi in realtà non sia così brutto come lo si dipinge: lo so, aver scelto quel logo non aiuta.

A questo punto credo che a tutti sembri chiaro che io sia un nostalgico post-comunista, nipotino di Stalin, amante del centralismo democratico, cultore della gloriosa tradizione del PCI-PDS-DS, in fondo contrariato dal dover subire l’invadenza ideologica e culturale della componente cattolica in questo partito. No, dai, in realtà sono sempre stato un sotenitore della tradizione del popolarismo italiano, da Don Sturzo a Ciriaco De Mita, sempre speranzoso di riuscire di nuovo nel progetto di riunire i cattolici italiani sotto un unico simbolo.

Bravissimi, mi piace quando capite che scherzo.

Scherzo, ma fino ad un certo punto, perchè purtroppo, un po’ per evidenti limiti di qualche dirigente, un po’ per comodità di rappresentazione mediatica, questo è il PD che potete trovarvi davanti aprendo una qualunque pagina di giornale, ma questo non è il PD a cui ho scelto di appartenere io, è invece quell’oggetto fuso a freddo – e uno! – che invece non avrebbe ragione di esistere, se fosse il semplice compromesso di chi non voleva nessuno alla sua sinistra e quelli che non avevano niente alla propria destra. Perchè il mondo, e i partiti, erano già cambiati da tempo.

“mmm, se vinci voglio stare con te, chiunque tu sia! non  resistermi, anche tu hai voglia di centro, come la stragrande maggioranza del 6% della popolazione!”

Io fortunatamente – e non solo io – provo a vedere un altro PD, oltre a quello che viene così rappresentato, pur rendendomi conto di tutti i limiti attuali di un partito nato per essere molto di più della somma dei due soci fondatori, che doveva essere soprattutto una somma di esperienze in risposta alla necessità di un nuovo modo di far politica, ma per troppo tempo non ha definito per bene, non tanto gli obbiettivi, ma la sua forma: qualcuno aveva teorizzato il partito liquido, altri il movimentismo simil USA, altri addirittura il semplice comitato elettorale, ma credo invece che la base – altro oggetto mitologico – volesse ancora un tradizionale, visibile e presente, partito di organizzazione di massa, seppur calato nelle dimensioni e nei tempi – e nei costi – del nuovo millennio.

Questa frattura di pensiero è stata forse per troppo tempo il limite essenziale per poter capire questo partito, e poterlo organizzare di conseguenza: ci si è concentrati troppo attentamente nel volere dire in ogni modo cosa esso non fosse – per rimarcare le differenze con tutto il resto e per contenere le spinte individualiste di alcuni – invece che definire fortemente una serie di posizioni di principio, in cui invece i militanti paiono riconoscersi, indipendentemente dalle vecchie divisioni. La connotazione negativa che ha acquisito il termine “ideologia”, ha spaventato sin dalla fondazione coloro i quali avrebbero dovuto dirimere i nodi sulle questioni insolute, si è preferito evitare di discutere – anche con forza – in nome di un quieto vivere che ha fatto perdere appeal al partito, dando spazio ad individualità e fazioni minoritarie, che ancora adesso condizionano la gestione del partito a livello nazionale (qualcuno lo chiama patto di sindacato, altri semplicemente ricatto…). E’ invece il momento, e il PD che piace a me lo sta già facendo, di cominciare a dire cosa realmente il PD sia, quali siano le sue posizioni sulle questioni etiche, sulla politica economica e sulla visione del futuro di questo Paese.

La cosa più interessante della foto di Vasto è che nessuno guarda l’obbiettivo, tranne una sconosciuta un po’ perplessa.

Perchè è questo poi, ciò che conta davvero. Per quanto mi riguarda, non posso non sentirmi una persona di centrosinistra, non per appartenenza passata ad un’area politica, ma per una scelta per così dire, tecnica e filosofica, per quanto riguarda le mie posizioni in termini di politiche economiche e visione della società, posizioni che prescindono dalla passata esistenza di partiti come DS e Margherita, come dalla militanza nella DC o nel PCI, e che forse mi consentono di giudicare cultori dell’ortodossia di una parte e dell’altra con più distacco, conscio che – sempre per citare il prof. Cipolla – la possibilità che un individuo sia stupido prescinde da ogni altra caratteristica dello stesso, quindi anche dal fatto di essere stato un tesserato del PCI o della DC, negli anni settanta.

Come sapete, fino all’anno scorso avevo un solo difetto, ero presuntuoso.

Personalmente ho deciso di entrare in questo partito nel 2009, dopo aver assistito a splendide consultazioni elettorali in cui sembrava avesse corso esclusivamente per perdere, dalle nazionali, alle regionali abruzzesi, alle comunali teramane, riuscendo a non vincere persino alle provinciali: la curiosità di scoprire quale realtà si potesse vedere dall’interno – così altamente alterata, pensavo – era troppa, ma insieme c’era la voglia di impegnarsi in prima persona, anche solo per dire quanto fossero sbagliate certe decisioni, viste dall’esterno. E ancora adesso, questo è l’invito più pressante che rivolgo a tutti coloro che si riconoscono nell’area di centrosinistra, ma non condividono le scelte del loro partito di riferimento: entrateci, cambiamolo insieme.

In ogni caso, oggi (forse) finalmente, dopo la caduta del governo Berlusconi, dopo il sostegno – anche col mal di pancia – al governo Monti, i nodi stanno finalmente per venire al pettine, e forse se n’è reso conto anche Bersani, non più disposto a rimanere schiacciato tra vecchi gruppi di potere, correnti e spifferi tra cui mediare, che impediscono a questo partito di divenire davvero il riferimento del progressismo e del riformismo italiano.

E’ il momento di scegliere cosa diventare, e di farlo sulla base del sentire dei propri iscritti e dei propri sostenitori, evitando l’errore fatto fino ad ora di confondere il mezzo di consultazione – le tanto esaltate primarie – come il fine dell’attività politica: saranno ancora le primarie a decidere il futuro del PD, ma potranno esserlo solo se non saranno la semplice scelta tra nomi frutto di una contrattazione interna, quanto la scelta tra progetti di lungo periodo, che possano caratterizzare l’azione politica futura in direzioni ben definite, ed è bello sapere che dopo che Bersani ha accettato le primarie per la premiership, sia più chiaro chi stia lavorando per ritardarle il più possibile: potrebbe essere la volta buona per cambiare davvero.

IL PD che vorrei io – e quello che in parte conosco – queste idee chiare le ha, in merito a molti ambiti della nostra società, rispetto al mercato del lavoro, rispetto ai diritti civili e di cittadinanza, rispetto alla laicità dello Stato e del suo ordinamento, rispetto ai costi della politica e rispetto alle priorità per il prossimo governo, un governo che metta al centro la necessità di un vero europeismo e di un’adeguata giustizia sociale. Idee “democratiche”, figlie di tradizioni politiche nobili, ma anche di chi ha scelto “dopo” questo partito, credendo nel suo voler essere un partito aperto e moderno, degli iscritti come dei cittadini.

Il PD nasce diverso e deve rivendicare con orgoglio la sua diversità nel panorama italiano, ribadendo ogni giorno i valori su cui si fonda, non deve cedere a tentazioni di retroguardia, e deve avere il coraggio di non voler aggregare a tutti i costi tutto ed il contrario di tutto: se è difficile tenere insieme partiti di 4 eletti con 3 elettori, non può essere la ricerca di un minimo comune denominatore sempre più esiguo il metodo di costruzione di un’alleanza, servono scelte, anche dolorose, di inclusione come di estromissione, e per questo serve chiarire al più presto il progetto politico prima di tentare accordi con chicchessia.

Perchè quello che il Paese e i nostri elettori ci chiedono chiaramente è di abbandonare i calcoli dell’alleanzismo dettato dall’opportunità o dal tramontato antiberlusconismo, concentrandosi invece su una proposta concreta di governo, più concreta anche del governo tecnico che ancora siamo costretti a sostenere: le primarie questo dovranno realmente essere – a tutti i livelli – la misura di diversi progetti politici, del sistema di alleanze proposte, del progetto di società che si vuol costruire, non una semplice scelta del nome di colui che si candiderà a governare. Le primarie sono una risorsa, ma solo se sono decise realmente dagli elettori, e perchè non siano il televoto di un reality, bisogna riempirle di contenuti chiari e di scelte nette, più che di figuranti.

Quando questo è successo, specie a livello locale, le sorprese sono state tali solo per chi pensava di poter giocare semplici partite a scacchi con il voto dei cittadini, questo partito invece ha dimostrato di essere già aperto alla società civile, più di alcuni fini pensatori, che ancora stanno a teorizzare liste civiche nazionali e rigurgiti di un civismo che ricorda tanto il “partito dei sindaci” del ’93, che alla fine hanno portato solo al ventennio berlusconiano.

Per molti la foto di Vasto non è il massimo, ma questa è l’alternativa. Fate voi… (in omaggio l’omino in piedi con cravatta carta da zucchero, buono per tutte le stagioni, tutti gli incarichi e tutti i cumuli pensionistici)

E’ ora di innovare, e di crederci davvero, con tutti coloro che vogliano impegnarsi, ed è questo il PD che mi piace vedere intorno a me, persone che provenendo da tradizioni diverse, si sentono perfettamente descritte da valori propri di tutto il centrosinistra, e sono disposte a dialogare con le altre forze politiche, non nell’ottica degli equilibri delle diverse componenti, ma sulla base delle posizioni condivise e di quelle condivisibili, persone che vogliono un reale rinnovamento, senza che questo debba necessariamente passare per un giovanilismo di facciata, che non abbiano paura di mettere in discussione i leader storici, quando questi non siano riusciti a svolgere correttamente o completamente il proprio lavoro. Persone che credono nel PD e nella politica, che sanno riconoscere e criticare gli errori, come sanno che l’impegno in prima persona è il vero antidoto contro la cattiva politica.

Il progetto deve essere chiaro e semplice: continuare dal centrosinistra, discutendo con tutti, ma sulla base della discontinuità con quanti hanno governato sino ad ora, senza preclusioni aprioristiche, ma tenendo ben ferma la barra dei valori e dei principi, cercando la collaborazione degli alleati storici, dei nuovi, dei partiti come dei singoli, ma con una discriminante fondamentale: in politica non sono tutti uguali, si può arrivare a convergenze importanti anche con gli avversari, ma è impossibile tenere insieme posizioni inconciliabili, a meno di non accettare compromessi al ribasso. E il PD, se vuole essere davvero il partito a cui guardano tutti gli elettori di centrosinistra deve avere il coraggio di delimitare il campo da gioco, non inseguendo coloro contro la cui politica fino ad oggi ha detto di battersi, coloro in cui i suoi militanti e simpatizzanti non si sono riconosciuti, perchè indifferenti al tatticismo degli accordi e delle alleanze unicamente elettorali. Per quanto mi riguarda, i partiti con cui costruire questa alternativa sono quelli della foto di Vasto, l’IDV e SEL, con possibili aperture a movimenti come l’API e forse con la Federazione della Sinistra, ritengo impossibile realizzare un patto di coalizione con l’UDC, a meno di non voler pagare il prezzo – maggiorato – dell’ultimo governo Prodi. Tuttavia occorre sottolineare la cosa più importante, qui si parla di partiti con cui coalizzarsi, non di elettori a cui chiedere fiducia, perchè invece, e questo deve essere il segno della bontà del progetto, questo partito deve poter parlare anche ai cittadini che non si riconoscono completamente nei partiti della coalizione, elettori dei partiti di centro, ma anche di movimenti come FLI e persino a coloro che a livello locale hanno scelto il M5S, e perchè no simpatizzanti delle frange più “normali” della Lega Nord e persino del vecchio PDL, incarnando un vero progetto di governo per tutto il Paese.

Molti diranno che la legge elettorale è la condizione fondamentale per ogni progetto di coalizione, tuttavia, io, pur simpatizzando per un sistema maggioritario a doppio turno, ho paura che questo nasconda solo il progetto di non voler toccare il porcellum, e possa diventare la scusa – come amano immaginare i corsivisti di alcuni simpatici giornali – per tornare tutti insieme appassionatamente a sostenere un governo di larghe intese, bello da vedere all’estero, ma inefficiente come tutti gli altri, sottosposto com’è ai veti incrociati da destra e da sinistra; un Monti bis, per dire, sarebbe un suicidio politico.

Il PD che voglio io non ha paura di dire che saprebbe governare meglio del sobrio governo tecnico, e non pensarlo dovrebbe indurre a chiedersi perchè continuare a fare politica; possiamo fare meglio e dobbiamo candidarci per farlo, perchè la contrapposizione nel Paese e in Europa oggi è tra centrosinistra e forze conservatrici: se davvero vogliamo cambiare l’Italia in meglio è il momento di riconoscere quali siano gli ostacoli e le zavorre che impediscono il cambiamento, sapendo di poter contare sull’immenso patrimonio umano, di tradizioni ed esperienze che sono in questo partito, chiunque lo dovesse guidare.

Il PD che voglio io non ha bisogno di essere stravolto, di rottamatori o nostalgici, inciucisti e padri(ni) nobili, di discutere se essere nel PSE o inseguire lo spettro dei moderati dell’UDC, deve solo prendere coraggio e appropriarsi in pieno del suo ruolo, portando a termine la sua costruzione anche all’esterno del partito stesso, oltre la famosa fusione a freddo – e due –, ed io ho scelto questo partito perchè credo che questo progetto abbia un futuro, e che il suo compimento spetti a tutti coloro che condividano questo obiettivo; per questo il PD che voglio io non deve ripartire, ma continuare da qui, perchè non si è mai fermato, nonostante tutto.

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