Archive | luglio 2012

Provinciali.

Non cancelliamo la Storia, torniamo alle regioni augustee e lasciamo chietini, pescaresi e aquilani a scannarsi tra loro. Se a Giulianova c’è un cartello con scritto Dogana un motivo ci sarà…

Premessa 1: vista la nostra architettura amministrativa, il sottoscritto è da sempre contrario all’abolizione sic et simpliciter delle provincie come noi le conosciamo o meglio come noi le abbiamo conosciute, prima del loro proliferare -, per le funzione a loro assegnate come ente intermedio tra Regioni e singoli Comuni e per il ruolo stesso di erogatrici di servizi unitari sul territorio. Punto.

Premessa 2: la cosidetta spending review montiana rimane per me un’ennesima operazione maquillage, buona per gli annunci, ma che rischia di essere smontata prima ancora di entrare in funzione, e che al massimo potrà avere giusto qualche influenza recessiva sul Paese. I “mercati” l’hanno già fatto capire, e il fatto stesso di continuare a dire che questo governo durerà senza se e senza ma, fino alla fine naturale della legislatura è uno dei motivi per cui ha perso mordente la sua azione: tradotto, se qui si garantisce il galleggiamento per altri 9 mesi, nulla è cambiato, le riforme – vere o presunte – non si faranno mai, o se si faranno saranno condizionate da chi c’era prima. Amen.

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Presto che è tardi!

Il giovane Jean-Charle De Borda, ufficiale del genio militare, esperto di sistemi elettorali a tempo perso. Si dice che non corresse buon sangue tra lui e Condorcet…

Houston, abbiamo un problema! Non saremo l’Apollo 13, ma questa può essere la migliore rappresentazione di quanto potrà accadere nei prossimi mesi, all’interno di tutti partiti, in previsione delle elezioni politiche del 2013.

Qual è il problema? È presto detto. Per legge, i sindaci dei comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti non sono leggibili alle cariche di deputato senatore, a meno che non cessino le funzioni esercitate almeno 180 giorni prima della data di scadenza naturale del quinquennio di durata del Parlamento, tradotto in soldoni, questo vorrebbe dire che gli stessi dovrebbero presentare formali dimissioni prima di accettare la candidatura in Parlamento. E non è un problema da poco, visto che il problema riguarda tutto lo stivale, vedasi il caso Alemanno. Ma il problema riguarda anche il Partito Democratico, e qui sorge un problemino ulteriore. Houston, abbiamo due problemi!

Il Partito Democratico si è connotato sin dalla sua nascita come l’unico partito che abbia scelto consapevolmente meccanismi decisionali pubblici per l’indicazione di alcuni tipi di candidatura, ad oggi tuttavia, il meccanismo delle primarie non è stato ancora esteso ufficialmente alla selezione dei candidati di Camera e Senato: pesano in tal senso la volontà sempre manifestata di modifica della legge elettorale nazionale, la questione ancora non definita delle alleanze e una latente indisponibilità a delegare ai territori scelte che potrebbero acuire gli attriti tra le varie anime del partito, specie ai livelli più alti. Tuttavia, paradossalmente, l’ostacolo più concreto alla celebrazione delle primarie – che questo partito usa persino per decidere i suoi massimi dirigenti –, è un nemico peggiore, non politico, con il quale non si può scendere a patti: il tempo.

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Nulla di nuovo.

Nicole Minetti, personaggio dei fumetti di Trombolino ha conosciuto anche una sua versione reale nei panni – e già questo è strano – di consigliere regionale della Lombardia, probabilmente a sua insaputa. Ora pare destinata a tornare al suo mondo, fatto di lauree pagate col sudore non solo della fronte e igiene dentale approfondita, o quantomeno ad avere un lavoro a Mediaset. Ne sentiranno la mancanza tutti gli ospiti internazionali della Regione che ha saputo intrattenere, le rimarrà l’etichetta di ragazza facile visto che l’ha trombata persino Alfano, ma porterà con sé i riconoscimenti delle colleghe. “Politica? La Minetti è più adatta ad altro” ha detto di lei Daniela Santanchè, che di certe cose ne sa a pacchi (di ogni dimensione). La certezza è che la notizia della sua esclusione le è stata data nel modo più indolore possibile, con parole che le potessero ricordare quanto abbia fatto fino ad oggi per i suoi mentori: “Cara Nicole, è tornato Silvio, mo’ ti attacchi al cazzo…”. Per non sbagliare ha ripetuto quanto ha imparato fino ad oggi: è meglio che non parlo. Ciao Nicole, ci mancherai.

Santo prima.

François Gérard Georges Nicolas Hollande, dopo aver portato la pace sul pianeta Gyz-231, viene inviato sulla terra dalla confederazione spaziale per guidare la Francia fuori dalla palude europea del rigorismo merkeliano. Per non palesare la sua origine aliena, accetta di buon grado il ruolo meno impegnativo di profeta con licenza di miracolo. (ma solo per gli indignati digitali italioti)

Ecco cosa ha fatto Hollande (non parole, fatti) in mezzora di governo: ha abolito i climatizzatori nel 100% delle auto blu e i condizionatori da tutti gli uffici pubblici: li ha messi all’asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate, e chi non ce le ha è autorizzato a dare fuoco alle banlieues, così può prendere i finanziamenti.

Ha fatto inviare un documento (dodici righe, lui scrive grande) a tutti gli enti statali dipendenti dall’amministrazione centrale in cui comunicava l’abolizione dell’aria condizionata, sfidando e insultando provocatoriamente gli altri funzionari, con frasi del tipo “un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno, se non può permettersi di sventagliarsi con due sfoglie da 500 euro estratte dal proprio portafoglio, o non può pagare qualcuno che lo faccia per lui, con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure. E poi gli Egizi, che erano molto più avanti di noi perchè istruiti da civiltà aliene evolute, facevano così”.

Touchè.

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