Liber-Tè. Egali-Tè, Uni-Te.

Vista del Camps di Coste Sant’Agostino in un giorno di grande pienone. I passeggeri del volo per Piazza Garibaldi sono invitati a recarsi al gate 23.

Siccome fa caldo, siccome mancano quattro ore alla partita – cavolo, ci ho messo 2 ore dalla prima stesura… –  e siccome non sono al mare ho deciso di farmi coinvolgere anche io nello sport più in voga in questi giorni a Teramo e provincia, parlare dell’UniTe, probabilmente non aggiungendo nulla.

Perchè leggere anche questo allora? Semplice, perchè io, vi dico sin da ora, con l’UniTe non ho nulla a che fare: non ne sono studente, perchè nella divisione dei pani Ingegneria è aquilana (e quindi io me ne sono andato a Roma) , ho sempre ritenuto che i suoi corridoi fossero più adatti ad un aeroporto che ad un edificio con delle aule per la didatticae penso di aver visto gente nel ruolo di Tom Hanks in The Terminal al suo interno -, l’ho sempre considerata una cattedrale nel deserto, e soprattutto ho sempre ritenuto che la metà delle sue facoltà fossero inutili.

Bene, come antipasto penso vi possa bastare.

Nel mio modo di vedere, ciascun attore che è intervenuto sino ad ora sulla situazione attuale dell’UniTe, lo ha fatto in modo parziale – pro domo sua –, ma paradossalmente corretto, poichè ognuno di essi si è occupato del problema prescindendo dalla reale possibilità di intervenire per cambiare le cose, e tale riflessione vale soprattutto per la politica.

Quella politica che seppur presente nel CdA dell’UniTe, di sicuro non può permettersi (purtroppo???) di dettare l’indirizzo per la didattica, né i metodi per l’organizzazione amministrativa di quello che è ancora un ente autonomo, ora rischia di sembrare ancora più fumosa se si concentra sul metodo di “gestione” dell’università, invece che sull’integrare l’università col territorio, la formazione e la ricerca con il tessuto produttivo, i servizi agli studenti con quelli ai cittadini.

Perchè, in fondo si dovrebbe cominciare a ragionare per livelli, piuttosto che gettare in un enorme calderone ogni tipo di proposta per ogni tipo di problema, e magari facendo così si potrebbe trovare anche qualche soluzione valida, anche solo in qualche ambito.

Se a livello nazionale un partito può permettersi di avere una visione di quello che devono essere il ruolo e l’organizzazione dell’Università nel Paese, mi sembra discutibile che per traslato in una realtà locale la politica possa occuparsi dell’universita del paese – passatemelo – in termini diversi dai servizi necessari a quella realtà, e si arrovelli invece su quale sia l’offerta formativa migliore e/o su dove sia meglio distaccare le sedi, per garantire un po’ di prestigio anche ad un comune della Vibrata, ad esempio.

E’ un modo strano di ragionare secondo me, che mischia tutto e il contrario di tutto, per trovare una soluzione ad un problema che forse è solo una falsa colpa: l’UniTe perde iscritti, pochi o molti, la situazione è questa. Ed è proprio l’argomento che lascia intervenire chiunque, poichè non è legabile in maniera chiara ed univoca ad un’unica colpa né ad un’unica soluzione, ma si presta ad attaccare qualunque avversario su qualunque mancanza.

Ma si dovrà ben fare qualcosa, ci diciamo.

Allora diciamoci chiaramente che, per quanto riguarda gli interventi per il diritto allo studio, oltre che alle simpatiche adsu, gli interventi pesanti si fanno in Regione, con fondi veri, e non attraverso l’aumento delle tasse regionali di iscrizione (quindi prendendoli dalle tasche degli studenti stessi), e che a livello locale sono i servizi la vera sfida da vincere, e quindi sono le strutture disponibili – come le aule studio o la possibilità di realizzare strutture alloggiative convenzionate – e il sistema dei trasporti, che come sostengo da tempo, ha negli studenti e negli universitari il proprio pubblico di utenti, in questa città.

Lontano dal ruolo degli amministratori, la politica può fare ancora molto, per quello che riguarda la tessitura di rapporti tra Università e imprese, che consentano alle professionalità formate dall’Università di incontrare le esigenze delle aziende del territorio, la possibilità di progetti sinergici tra enti stessi – si pensi alla Facoltà di Veterinaria e lo Zooprofilattico –, la creazione di accordi con i privati per la promozione di borse di studio ad hoc (anche attraverso la partecipazione alla Fondazione, quella da cui il Comune fugge…), per ciò che riguarda la promozione istituzionale, ma deve sempre essere conscia che la sua è un’azione di mediazione che non può essere funzionale al consenso elettorale, o alla creazione di un sistema che vada ad aggredire l’autonomia dell’ateneo. Come deve essere sempre conscia, che promuovere l’esigenza della qualità e dell’eccellenza scientifica, vuol dire tutto e il contrario di tutto, finchè non si mettono sul tavolo le risorse, o comunque non si conta davvero all’interno degli organismi che guidano realmente l’Università.

E qui veniamo alla conclusione, perchè, nonostante le giuste rimostranze di molti – dell’UdU, ad esempio – sulla necessità degli interventi minimi sui servizi agli studenti, ritengo che il calo di iscritti nell’UniTe sia imputabile oltre che alla dispersione logistica delle sedi o alla distanza dalle segreterie, (o alla mancanza di una pizzeria aperta la domenica sera) anche ad altre considerazioni, molto più semplicistiche.

Io credo che che se qualcuno decide di non venire a studiare a Teramo è perchè pochi sentono la necessità di venire a studiare a Teramo, per il semplice motivo che questa sarà sempre l’Università di Teramo, e non La Sapienza o Bologna, quindi se non sei costretto – e puoi scegliere – andrai a perdere il tuo tempo, dicendo di studiare Scienze della Comunicazione, il più lontano possibile da casa tua e dove i tuoi amici ti hanno già garantito che l’alcol costa poco e la droga non è tagliata troppo male, e dove magari l’intestazione sulla tua laurea potrebbe anche farti ottenere quel posto da cassiere al Lidl, un giorno.

La partita si avvicina ed ho voglia di concludere – mancano poco più di tre ore –, avrei potuto farlo in sole due righe, ma è stato meglio ammorbarvi fin qui, l’Università di Teramo può funzionare se punta sui suoi rami di eccellenza, come la Facoltà di Veterinaria – che tra Perugia e Bari però non ha concorrenti, che ha il numero chiuso e non può subire cali di iscrizioni… – o quella di Agraria, se sfrutta la possibilità di interfacciarle con istituzioni come lo Zooprofilattico – che anche in questo caso tra Perugia e Napoli non ce n’è un altro nella stessa città di una sede di una facoltà veterinaria… –, se riesce a stipulare accordi di valenza nazionale e internazionale con le aziende del settore, se prova a riportare la Facoltà di Giurisprudenza al credito nazionale che aveva fino a qualche anno fa, quando ancora i professori andavano a fare lezione, ma soprattutto se… (rullo di tamburi) se taglia i rami morti.

Perchè l’Università sarà pure autonoma, ma da buon ente pubblico deve provvedere al solito esamino di coscienza, volgarmente detto spending review, perchè se il numero degli amministrativi è eccedente il necessario, ma non basta per tenere aperta una biblioteca, se le sedi distaccate pur non costituendo una spesa in quanto tale, impediscono di concentrare le risorse, se si dispone di una megasede su una collina di periferia e la si tiene mezza vuota per tenere mezze vuote pure le altre sedi, se si teme la concorrenza delle università telematiche e non si riesce ad essere più attrattivi di un diplomificio online, qualcosa non va.

Non va avere sedi distaccate dalla Marsica all’Adriatico, non va aver realizzato i laboratori di Veterinaria in uno stabile in comodato d’uso gratuito che il Comune vuol riprendersi, non va avere accettato il Campus a coste Sant’Agostino, non va rifuggire ogni proposta federativa in nome di un campanilismo di facciata, che sembra denotare più una volontà resistente che una propositiva.

Non va, in ogni caso, tenere aperti corsi di laurea che vengono giudicati non appetibili da coloro che vi si dovrebbero iscrivere: Teramo e l’Abruzzo hanno fornito da sempre il bacino di iscritti maggiore a questa Università, insieme al nord della Puglia, probabilmente ad oggi c’è stato anche un esaurimento di questo bacino, oltre al calo di appeal di corsi come scienze politiche, scienze della comunicazione e giurisprudenza, dovuti anche ad una saturazione del mercato.

Se invece vogliamo parlare di soluzioni ai problemi extra-didattici, sono totalmente d’accordo con l’UdU: basterebbero più autobus per collegare Colleparco al centro e ai quartieri vicini, luoghi di studio e socialità in città, convenzioni per l’affitto agli studenti, una reale vita culturale in città, non per risolvere il problema del calo delle iscrizioni, ma per fornire servizi normali alla popolazione studentesca e ai cittadini in genere.

Quindi, per favore, non finiamo per ringraziare il Sindaco se dovesse proporre due autobus in più per Colleparco, sarebbe qualcosa di buono, ma si sarebbe dovuto fare comunque prima.

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One response to “Liber-Tè. Egali-Tè, Uni-Te.”

  1. ruggieri79 says :

    L’Università di Teramo è uno splendido manuale di come non dev’essere progettata e gestita un’università dagli enti interessati. Le strutture vuote saranno un monumento alle occasioni sprecate, un monito alle future generazioni.

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