Poli scolastici, perché sì.

No, c’è decisamente qualcosa che non va, qualcosa che va oltre il semplice difetto di comunicazione, qualcosa che ha a che fare con la scarsa conoscenza del problema che si sta trattando. Mi sono sforzato – non eccessivamente, confido sempre nel mio spiccato intuito – di capire se davvero quanto ho letto ultimamente sulla stampa fosse la traduzione corretta di quanto dichiarato in alcuni interventi da persone anche da me conosciute; si sa i giornalisti sono infidi, sui loro taccuini finisce sempre l’interpretazione fraintesa del tuo pensiero – per quello “è gradita la presenza di cineoperatori” –, ma se anche di fronte ad una telecamera il concetto espresso rimane lo stesso, sarebbe almeno il caso di prendersene la totale responsabilità.

Parliamo di poli scolastici, e di poli scolastici teramani.

Si parla per ora, senza riscontri concreti – atti, parole e omissioni – di un fantomatico polo scolastico localizzato “sotto a un fosso”, lungo il fiume Tordino, nello spazio tra fiume, Lotto Zero e vecchio stadio, progetto presente per ora nelle parole di qualche assessore in vena di scherzi e di quelle di chi ha subito innalzato le barricate, peraltro giustamente, davanti all’ipotesi di asfaltare l’ansa di un fiume.

Ma qua finisce il mio essere d’accordo con chi protesta, e ora spiegherò il perchè.

L’ubicazione di un complesso scolastico come quello annunciato deve tenere conto di diverse condizioni progettuali, non ultimo il rispondere ad un bacino d’utenza adeguato, oltre a considerazioni di puro carattere organizzativo, quali l’impatto sulla viabilità ordinaria del traffico generato, l’incidenza sui costi per il trasporto scolastico gratuito, la riorganizzazione del trasporto pubblico per servire il nuovo polo: per questo, se venisse confermata l’idea di costruirlo in quel luogo, sarei decisamente contrario, per il luogo, per l’effettiva utilità, per gli scarsi vantaggi apportati. Ma penso che a nessuno venga in mente di costruire una scuola per 800 bambini sotto a un fosso, nemmeno a Teramo.

Per il resto…

Per il resto è semplice, l’ho già scritto e non cambio idea: i poli scolastici sono l’unica soluzione per la gestione futura del sistema educativo dalle scuole dell’infanzia alle medie inferiori, per ogni comune di media grandezza – e i poli scolastici intercomunali per i comuni sotto i 3000 abitanti… –, alla luce del patrimonio di edilizia scolastica disponibile, delle norme di sicurezza, del costo delle manutenzioni urgenti e anche della nuova distribuzione della popolazione in età scolare nei comuni stessi. Tralasciando tutti i dati demografici, la scarsa natalità e l’apporto dei cittadini stranieri, rimangono semplici considerazioni su quello che è il “bacino d’utenza” richiamato anche dalla legge del 1975 sull’edilizia scolastica, traducibili nella semplice domanda “dove vivono i genitori e i futuri genitori dei bambini che dovranno frequentare le nuove scuole”? La domanda non è nemmeno facilmente aggirabile portando l’argomentazione che il nuovo polo debba raccogliere un numero così elevato di utenti – per il mondo teramano – da poter essere ubicata arbitrariamente tra la Cona e San Nicolò, visto che la domanda sottintende scelte di programmazione urbanistica e considerazioni che prevedono anche quella che dovrà essere la politica abitativa per le giovani coppie nei prossimi anni. Ad oggi, dubito che la maggioranza delle giovani coppie possa permettersi un’abitazione in centro storico, per i prezzi degli immobili, per la lontananza dai luoghi di lavoro e per mille altre riflessioni, credo invece che altre siano le zone che continuino il loro sviluppo (e insistono soprattutto sui quartieri collinari).

Gli altri mille altri motivi per cui un campus è meglio di Via del Baluardo o della Savini dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti – anche nella vostra mente, le parole campus, baluardo, savini devono aver provocato qualcosa… -, ma per chi vuole dei dati viene in aiuto il rapporto Ecosistema Scuola 2011 di Legambiente: Teramo non fa una bruttissima figura, ma solo perchè la situazione italiana è pessima: in Italia una scuola su quattro non ha ancora impianti elettrici a norma, una su due non dispone di scale di sicurezza e circa un terzo degli edifici non è in possesso del certificato di agibilità igienico-sanitaria, per dire, in Abruzzo non esistono edifici con piste ciclabili vicine, solo il 12.8% delle scuole si trova all’interno di una ztl, il 13% usano rinnovabili, solo il 9% hanno accorgimenti per il basso consumo energetico. Vado avanti?

Non saranno progetti europei come Paride – per altro degno di nota – da soli, in grado di risolvere le carenze dei nostri edifici storici e limitare i loro costi di gestione, né il semplice fatto di ridurre gli stanziamenti per le manutenzioni farà sì che queste non siano necessarie – in Italia il 37% degli edifici scolastici necessita di manutenzioni urgenti, in Abruzzo l’80% –, la necessità di campus moderni è anche dettata da queste considerazioni, oltre a tutte quelle che riguardano la sicurezza, la qualità ambientale, l’ecosostenibilità e la continuità didattica. Ciò che si vuole è una scuola moderna, in grado di accogliere i bambini almeno dalle elementari alle medie, che sia fornita di tutte le strutture necessarie, dalle palestre – solo il 20% delle strutture attuali ne è dotato – alle biblioteche, dalle sale conferenze ad aule adeguate, dai giardini ai laboratori, che non abbia barriere architettoniche e che sia autosufficiente sotto il profilo energetico. Se siamo davvero convinti dell’importanza dell’educazione scolastica, ritengo che la scuola debba essere anche un luogo dove promuovere la socialità e mostrare davvero che le buone pratiche possono essere messe in atto.

Di fronte a queste considerazioni, il ragionamento di fondo dell’opposizione manifestata a Teramo a questa iniziativa mi è sembrata invece poco dettata da considerazioni di ordine generale, quanto ammantata da un pregiudizio ideologico verso l’idea di base della concentrazione delle strutture in un unico luogo, e verso lo strumento del project financing, visto come il fumo negli occhi date le ultime uscite della nostra Amministrazione, dallo stadio al teatro, ma che rimane uno dei pochi strumenti per il finanziamento di opere pubbliche a disposizione di un comune, che deve essere solo condotta in condizioni di trasparenza assoluta. Non è nemmeno quella invocata dalla protesta, l’urbanistica partecipata, di cui anche io in qualche senso scrivevo: fatta salva la necessità della popolazione di pronunciarsi sull’alienazione dei beni pubblici, rimane il compito anche politico di guida da parte di chi deve progettare, spiegare e condividere i progetti, soprattutto secondo gli aspetti tecnici, evitando di alimentare proteste e comitati “contro” con dichiarazioni ad effetto senza riscontri oggettivi.

Mi limito a un paio di considerazioni finali, già il decreto Semplifica Italia, prevede l’apertura ai privati come metodo per la realizzazione di nuovi edifici scolastici, o la loro manutenzione sulla base della cessione di patrimonio immobiliare pubblico, io aggiungo che la costruzione o la fantasiosa “gestione” di una scuola non comporta guadagni, ci si può quindi sentire di escludere possibili scenari da project financing alla teramana, dove il Comune non si ritrova nemmeno la disponibilità della struttura quando ne ha bisogno (è accaduto con lo stadio, stava succedendo di nuovo col teatro) e il privato ottiene guadagni superiori ad ogni investimento oggi disponibile sui mercati, dovendosi in questo caso sobbarcare rischi speculativi ben diversi. Ecco, magari è questo il vero problema, chi è l’imprenditore che ad oggi costruirebbe un moderno campus in cambio di aree – pregiate, per carità – destinate alla costruzione di appartamenti che rischiano di rimanere invenduti per molto tempo? Se a qualcuno preoccupa il futuro delle scuole soriche, a me preoccupa il fatto che rischino di avere ancora un futuro come scuole. Non ho dati sull’impatto della presenza di scuole elementari e medie sull’economia del centro storico teramano, ma anche questa mi sembra una forzatura della protesta: se l’economia del centro si dovesse reggere sulla presenza della Savini e della San Giuseppe, beh… non basterebbe nemmeno un miracolo per salvare questa Città.

Esisterà un giorno, prima o poi – almeno per la legge dei grandi numeri –, in cui magari il centrosinistra sarà chiamato a governare, avremo a che fare con strutture obsolete, costi di manutenzione, e necessità di cambiare le cose, e non penso che potremo limitarci a slogan come “consumo zero del territorio” – che è la cosa che odio di più, perchè usata a sproposito il più delle volte – e “salviamo le scuole storiche”, senza renderci conto di cosa vogliano dire davvero.

L’ultimo appunto, viene da sé, in base a tutte le considerazioni precedenti, le proposte di localizzare eventuali nuove scuole in strutture come l’ex manicomio o l’ospedaletto di Porta Romana sono più che peregrine – nella mia mente il termine cazzate aveva vinto le primarie –, pur volendo dimenticare la mancanza di spazi verdi, il fatto che uno sia un edificio storico del 1300 e l’altro si trovi a ridosso di uno svincolo di una tangenziale dovrebbero bastare a spegnere ogni possibilità di trasformazione, tuttavia mi sento di aggiungere una cosa, valida per tutte le strutture: l’accorpamento scolastico – per ora dirigenziale – deciso a livello regionale è ineluttabile, per quanto dilazionato nel tempo, sarebbe il caso di prendere provvedimenti prima che la patata bollente ci rimanga in mano, anche solo per ricordare come nuovi i nuovi parametri numerici di formazione delle classi ed i limiti massimi di affollamento delle vecchie aule vadano così poco d’accordo.

Lo ripeterò fino alla nausea, 25 anni fa ho frequentato la scuola elementare Risorgimento, e ancora ricordo la palestra nel seminterrato grande come una vasca da bagno, 25 anni dopo nulla è cambiato, se non l’aumento dell’umidità presente e una mano di bianco: personalmente non voglio che i miei figli, o quelli dei miei amici, debbano essere costretti a frequentare strutture di questo tipo, soprattutto non voglio persino pagare e far pagare per avere ancora questo.

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