Cinque idee per la città che io vorrei. Cinque.

Questo post chiude la serie di articoli cominciata qualche tempo fa, nell’ambito di una bozza di progetto per la Teramo del futuro prossimo, e si prefigge il compito di trattare quali possano essere le trasformazioni infrastrutturali e urbanistiche auspicabili per la nostra città.

Due premesse sono però irrinunciabili: disegnare la Città in cui viveremo da qui a vent’anni, non deve essere la volontà di qualcuno di lasciare un segno della propria presenza a discapito di chi vive la città – senza magari nemmeno coinvolgere gli abitanti, e facendogli subire le proprie scelte da despota nemmeno illuminato –, né può avvenire al di fuori di vincoli già presenti quali le ristrettezze di bilancio e i limiti del piano regolatore in essere.

La sfida dunque è quella di adattare e correggere le storture attuali, trovando i modi e le forme corrette per progettare, realizzare e sostenere finanziariamente i nuovi progetti, concentrando le energie su pochi macrointerventi e sfruttando al meglio strumenti quali il project-financing, che da risorsa per le amministrazioni, è divenuta in questa città l’arma con cui si è consegnato ai privati la progettazione urbanistica a scapito della collettività, grazie all’ignavia – quando non alla complicità – della politica al governo.

Ma quali progetti e quale idea per la Teramo del futuro?

Per chi ha avuto la pazienza di leggere gli interventi precedenti a questo (cittadinanza digitale, mobilità, cultura, politiche sociali), ritengo che le idee siano già definite, perchè quelle linee di intervento non possono fare a meno di strutture e infrastrutture per essere rese operative: è proprio sulla base dell’individuazione delle necessità, e la loro successiva soddisfazione che dovrebbe procedere la realizzazione delle nuove opere, evitando così la costruzione delle tanto vituperate “cattedrali nel deserto”, volute fino ad oggi per evitare di perdere qualche finanziamento europeo o nazionale, ma totalmente slegate dalle esigenze della cittadinanza, quando poi nemmeno completate.

Quello che segue è piuttosto un elenco delle criticità che ad oggi si individuano immediatamente, e che dovrebbero essere presenti in un programma ventennale di qualunque forza politica, ma siamo in una strana città, dove rischiano di essere presenti per vent’anni nell’agenda politica di tutti solo perchè non si farà nulla per portarle a termine, anche per questo è giusto che vengano proposte, discusse e magari cassate, piuttosto che destinate a qualche flyer sparso per Teramo a un mese dalle prossime amministrative (buono anche per le prossime tre)…

Dato per scontato il completamento del Lotto Zero – deo gratias, ma dipende più da ANAS che dal Comune… –, l’agenda delle infrastrutture di 30 anni di politica potrebbe rimanere vuota, cominciamo quindi a suggerire come riempirla:

  • rete viaria: la sfida è ora la “variante nord”, quel percorso che per ora si snoda pomposamente sulla carta, ma in realtà è l’unione col pennarello di semplici viuzze di Villa Mosca, è forse l’unico investimento possibile in questo campo, ma va oltre che portato a termine nella sua progettazione attuale anche perfezionato. Se tutto andrà bene, risulterà realizzato solo il primo lotto (da Via Arno a Via delle Playe), e mancherà l’allaccio diretto con la strada per l’Università, come mancherà poi la possibilità concreta – una volta raggiunto Scapriano – di reimmettersi a ovest della città senza doverla concretamente attraversare. E’ tuttavia necessario il suo completamento, anche in previsione dell’aumento di popolazione già in atto dei quartieri collinari, con conseguente aumento di pressione di traffico sulle poche vie di uscita verso l’A24 e la statale 16 (Via Averardi a Colleparco, Via Flaiani e Via Arno, Via San Marino da Villa Mosca). Per il resto, il progetto Traffico Zero, cominciato da questa aministrazione di centrodestra ha la sua ragione di esistere, con la trasformazione degli incroci più problematici in rondò – più o meno ovali –, se non si giungerà alla sua realizzazione, la priorità dovrà essere ancora la rotatoria al posto dell’incrocio di Via San Marino, ultimo ostacolo (oltre allo sbocco di Via Flaiani) ad una completa percorribilità dall’uscita dell’A24 a Piazza Garibaldi. Ovviamente rimangono le considerazioni fatte in altra sede, lo scorrimento del traffico veicolare non deve essere propedeutico al suo ingresso in centro storico, che deve essere chiuso al traffico dei non residenti e in larga parte pedonalizzato.
  • piste e percorsi ciclabili: nella città che si vanta di essere stata premiata come città della bicicletta, il passo successivo alla realizzazione degli stalli per il bike-sharing, sarebbe quello di rendere possibile l’utilizzo della bici, e non solo il suo semplice possesso. La realizzazione di percorsi riservati e promiscui deve avvenire con particolare attenzione alle zone pianeggianti della nostra città, lungo l’asse del Tordino, portanto avanti i progetti della pista ciclabile Teramo-San Nicolò (realizzabile attraverso le strade si servizio dei cantieri del lotto Zero), e collegando efficientemente la Gammarana al centro cittadino, attrraverso interventi – come la costruzione di uno spalto ciclabile – su Ponte San Ferdinando. Nel centro storico, se chiuso al traffico dei non residenti – come già sostenuto – sarebbe possibile la coesistenza di traffico veicolare, ciclisti e pedoni semplicemente riducendo il limite di velocità a 30 km/h.
  • teatro: l’unica opera pubblica che potrebbe davvero cambiare la vita sociale e culturale della nostra città è quella destinata ad avere vita più dura. La già denunciata scarsità di fondi, le politiche discutibili nella gestione dei project financing, e per ultimo i problemi attuali di Banca Tercas lasciano pensare che anche gli unici soldi realmente disponibili – circa 3 milioni della Fondazione Tercas – non saranno più utilizzabili; non sarà facile quindi arrivare alla sua realizzazione, cosa che lo farà essere presente nei programmi di tutti i candidati sindaco, per più di una tornata amministrativa. Eppure, come detto già qui, un teatro per Teramo è necessario, nel caso possa essere in grado di ospitare qualcosa di più delle semplici rappresentazioni, e possa essere invece in grado di fungere da polo di attrazione per eventi di livello regionale e nazionale. Abbiamo anche sottoposto un sondaggio ai nostri lettori, che hanno individuato il Teatro come eventuale elemento importante per la riqualificazione di un quartiere come la Gammarana, il sottoscritto continua ad immaginarlo affacciato su Piazza Dante. Di sicuro, se il teatro non deve essere una semplice vetrina espositiva per 400 persone, l’idea di ricostruire sulle sue spoglie il teatro ottocentesco è peregrina, antieconomica, antistorica e scarsamente utile, per il tipo di intervento, per il risultato finale, per la manutenzione, per gli spazi, la posizione, l’accessibilità viaria e la spesa. E non saranno le idee di qualche nostalgico a cambiare dei fatti oggettivi.
  • terminal bus: l’apertura dello svincolo del Lotto Zero presso il quartiere Gammarana, porterà la necessità di smaltire una grande componente di traffico cittadinao a ridosso dell’attuale stazione ferroviaria; nonostante proposte ambiziose – ma risolutive, se mai possibili – di interramento e prosecuzione della linea ferroviaria stessa, quello con cui si deve fare i conti in questo momento è la necessità di ridurre il confine fisico tra Viale Crispi e Via Tripoti, rappresentato dall’ostacolo dei binari. L’intervento meno impattante sulle casse comunali è sicuramente l’arretramento del binario di testa di circa 200 metri, che consentirebbe di ottenere un ampio spazio di “sfogo” per il traffico in entrata e in uscita, raccordando Via dell’Aeroporto con il centro storico senza particolari ostacoli (in caso di realizzazione di una rotatoria all’altezza della scuola D’Alessandro). Gli ampi spazi ottenibili potrebbero essere meglio utilizzati se si riuscisse a rendere l’area della stazione funzionale all’interscambio tra i vari mezzi di trasporto pubblico (treno, autobus urbani e extraurbani), più di quanto lo sia già oggi. La possibilità di realizzare un terminal bus extraurbani così vicino all’imbocco della A24, consentirebbe di alleggerire la presenza degli stessi tra Piazza Garibaldi e Piazzale San Francesco, riducendo i tempi di percorrenza sulle strade interne della nostra Città, inoltre la presenza e la realizzazione di parcheggi di scambio, e la contemporanea esistenza di una linea ferroviaria collegata con l’intero Abruzzo, gli autobus urbani, la stazione di bike-sharing garantirebbero la possibilità di diminuire ulteriormente la pressione di traffico sull’asse Viale Crispi – Ponte San Ferdinando, senza contare che il completamento del Lotto Zero fino alla Cona sarebbe sfruttabile al meglio in caso di un terminal localizzato così vicino al primo accesso cittadino.
  • poli scolastici: chiunque conosca da vicino la situazione delle scuole della nostra città non può negare che più della metà delle strutture siano tremendamente obsolete e insistano su aree cittadine che non rispondono più alle esigenze degli abitanti, considerando i costi di manutenzione e messa in (reale) sicurezza degli edifici, sarebbe ovvio riorganizzare gli istituti secondo logiche di risparmio ed efficienza. Questo però deve essere fatto tenendo in considerazione primaria le esigenze degli utenti delle stesse, e la fattibilità dei progetti. L’ipotesi di costruire un unico polo scolastico nei pressi del vecchio stadio Comunale – anzi, “sotto” la zona dello stadio – non va in questa direzione, poichè causerebbe ulteriori problemi ad una zona già congestionata dal traffico lungo la circonvallazione e si collocherebbe in ogni caso di nuovo a ridosso del centro storico. L’ipotesi dovrebbe essere invece quella di istituire dei “micropoli” – sempre rispondenti alle esigenze di riorganizzazione avanzate anche a livello regionale – in zone strategiche della città, dove anche le vocazioni dei quartieri ospitanti fossero più vicini all’obiettivo da raggiungere. In questo senso bisognerebbe anche riflettere sull’esistenza di zone già adibite a “polo scolastico”, come lungo tutta la zona della Cona (istituti superiori, ma anche materne) o come i complessi che ospitano scuola elementare Risorgimento, Liceo Scientifico, I.T.I. e I.P.S.I.A., o la zona di San Berardo: quello che va realizzato sono edifici moderni, che possano consentire lo svolgimento di ogni attività (laboratori e palestre in primis), cosa impossibile se si pensasse solo all’adeguamento delle strutture in centro, che pur avendo un elevato valore affettivo – se qualcuno è rientrato nella palestra della Risorgimento dimenticherà anche quello, io l’ho fatto è come 25 anni fa… –, non sono più funzionali. Un polo scolastico di questo tipo sarebbe invece proponibile nel quartiere Gammarana, vista la presenza degli impianti sportivi già esistenti e le numerose aree verdi, anche nell’ottica della costruzione di un quartiere-esperimento a misura di cittadino, o nella struttura già esistente della ex Molinari a San Berardo – l’unica negli anni dotata di una palestra decente, tra le medie inferiori – che però figura ad oggi nell’elenco degli edifici alienabili. Micropoli di questo genere potrebbero essere pensati a San Nicolò e Villa Vomano, per fare fronte alle esigenze delle frazioni vicine, evitando l’eccessivo frazionamento delle strutture, rinunciando forse ad avere una scuola in ogni frazione, ma favorendo oltre al risparmio (manutenzione e utenze in primis) la socializzazione tra gli alunni, oltre alla maggiore offerta a livello di risorse ed impianti didattici e sportivi. Altra condizione per la localizzazione del nuovo polo dovrebbe essere la possibilità di essere servita adeguatamente dal servizio pubblico, ancora una volta la proposta precedente rispetto alle infrastrutture per i trasporti, dovrebbe confermare la scelta di luoghi seppur a ridosso del centro, dotati di spazi, anche per evitare l’effetto Noè Lucidi, con le sue implicazioni sul traffico.
  • verde pubblico: la tutela delle poche aree di verde pubblico realmente utilizzabili dalla cittadinanza deve passare anche attraverso la possibilità che queste siano accessibili e funzionali alle attivatà dei cittadini, i due principali luoghi da tutelare e valorizzare sono la Villa Comunale e il parchetto fluviale, vero unico polmone verde nel pieno della nostra città, attraverso interventi che non si limitino solo alla manutenzione ordinaria, ma che possano arricchire i nuove strutture queste aree di socializzazione. L’ipotesi di affidare gestione e manutenzione di tratti del parco fluviale a soggetti privati, pur non essendo negativa in toto, contiene al suo interno dei pericoli di vera e propria privatizzazione dell’area che andrebbero esclusi. La formula di affidamento è invece da appoggiare se i soggetti partecipanti fossero invece le associazioni sportive/culturali, attraverso seri contratti di affidamento e di uso degli spazi per iniziative ed eventi, in cambio di una totale manutenzione, che possa prevedere oltre alla semplice pulizia, anche l’impianto di nuova vegetazione, il posizionamento di strutture ricettive – o anche mini-impianti sportivi –, la cura del lungofiume e la garanzia di mantenere libero accesso a tutti i frequentanti del parco. In cambio il Comune potrebbe prevedere la concessione di stabili prefabbricati – ad esempio costruzioni in legno – da utilizzare come sedi e locali per punti ristoro o altro, sperimentando inoltre l’autonomia energetica degli stessi mediante impianti fotovoltaici o microgeneratori idroelettrici. Compito dei gestori sarebbe anche quello di garantire la presenza della connessione gratuita wi-fi alla rete nelle zone di competenza, migliorando ulteriormente la ricettività della zona. Altra zona fondamentale, non esattamente paragonabile a verde pubblico, è la struttura del Vecchio Stadio Comunale, dove la richiesta di non abbattimento da parte di gran parte della cittadinanza, deve essere completata da un intervento di salvaguardia e riqualificazione, che possa far conservare una zona importante sia per la sua storia sia per la possibilità di utilizzare l’area in futuro come location per gli eventi in centro storico, o per conservare il suo utilizzo come impianto sportivo, adeguando il tal senso – e ammodernando – tutte le strutture vicine come la Casa dello Sport. Ultimo esempio, il Teatro Romano, di cui si condivide l’esigenza di renderlo nuovamente fruibile, ma non attraverso semplici lavori di maquillage, che non hanno utilità se non si affrontasse direttamente la problematica dell’abbattimento di Casa Salvoni e Palazzo Adamoli.
  • urbanistica centro vs. quartieri periferici: da più parti si è insistito sulla necessità di affrontare le questione urbanistiche in base al principio del minimo consumo del territorio, questa base di partenza è di per sé condivisibile quando si parla di interventi in centro storico, può essere valutata più criticamente quando si decide di dare un nuovo indirizzo di sviluppo ai quartieri periferici. In ogni caso, il “consumo zero” è spesso un modo sintetico per esprimere un più complesso sistema di idee, che passa dalla necessità di evitare la cementificazione di ogni area residua del territorio, alla consapovelozza che dove il danno è già stato compiuto, solo il cambio di destinazione d’uso delle strutture o persino il loro abbattimento, può consentire di progettare al meglio una città più vivibile. Per il centro storico la riqualificazione dei contenitori vuoti deve essere l’idea che deve guidare il progetto di Città: dall’ex manicomio ai resti dell’ex carcere, dall’ospedaletto di Porta Romana al Mercato Coperto (ma anche l’ex fornace alla Cona), si devono prevedere piani di recupero funzionali allo sviluppo dei servizi e del commercio. In periferia invece si deve cercare il modo di rendere quartieri come la Gammaranao la frazione di San Nicolò – dei laboratori per una nuova politica urbanistica, fatta di autonomia ed efficienza energetica, mobilità sostenibile, aree verdi e poli culturali. I quartieri in esame sono i più adatti a sperimentazioni di questo tipo, per la presenza di vecchi insediamenti industriali in disuso, che possono consentire il recupero di ampie aree edificabili e adattabili, senza necessariamente intaccare il patrimonio di verde pubblico già presente. La possibilità di accedere a finanziamenti europei deve essere percorsa fino in fondo, sul modello del progetto Smart Cities (destinato a realtà più grandi), progetto forse più realizzabile su scala minore in alcuni quartieri pilota.
  • decoro: parlare di urbanistica e infrastrutture dovrebbe rendere possibile tralasciare ciò che è scontato, tuttavia in questa città ancora non è possibile. Non si possono fare progetti di ampio respiro se non si è ancora consci che ad oggi, nonostante la spesa, non possiamo nemmeno consolarci di avere parchi pubblici con erba tagliata a dovere o strade percorribili senza bisogno di un SUV. Il decoro è la prima fase della riconquista degli spazi della nostra città, e passa per pochi interventi, spesso a costo minimo: la possibilità di far rispettare le regole – come divieti di transito e sosta nelle are pedonali –, la pretesa che gli interventi di manutenzione siano eseguiti a regola d’arte – e relativamente la pretesa di penali in caso contrario –, l’affidamento trasparente degli appalti, l’esistenza, nella città del Porta a Porta, di cestini della differenziata vicino ai luoghi più frequentati – ho detto le scalette del Duomo? – e non le paventate multe per chi lascia il mastellino due ore di più fuori in terrazzo, opere pubbliche realizzate secondo le scadenze, più cura per il centro storico e le frazioni. In ultimo, per ottenere davvero un’immagine migliore del nostro territorio, andrebbe adottato un serio piano colore, che al di là dell’essere troppo rigido consenta un margine alla possibilità d’azione ai progettisti, e impedisca sperimentazioni troppo ardite.

Le proposte qui sopra esauriscono la ricognizione su alcune idee che sono state discusse ormai da molto tempo, non vogliono essere una road map, ma ad ora sono uno dei pochi elementi disponibili e messi su carta per la produzione di una discussione programmatica attorno ad alcuni concetti; concetti che vanno ora discorsi e approfonditi, per vedere se davvero queste idee possono essere considerate punti qualificanti di un programma di sviluppo.

L’ultima considerazione da fare è quella che riguarda la possibilità concreta di realizzazione di queste idee, come già detto nessuno tralascia di considerare le attuali condizioni finanziarie degli enti locali, tuttavia si ritiene che strumenti come quello della compartecipazione pubblico-privato o quello del project financing non debbano essere bocciati aprioristicamente sulla base dell’ideologia. Un project financing che consenta alla comunità di ottenere vantaggi reali per tutti, in cambio della cessione di beni demaniali sottoutilizzati o non utilizzabili è cosa ben diversa del regalo ad uno speculatore, la possibilità di operazioni come quelle di social housing, o la partecipazione di privati alla costruzione di poli di edilizia emrgenziale su terreni comunali, in cambio del riservarsi parte della costruzione è ancora una strada possibile da percorrere. Quello che va evitato, però, in ogni caso è che le scelte urbanistiche vengano delegate ai privati da una politica miope o compromessa: la democrazia partecipativa e la trasparenza sono in tale caso il contrappeso da porrre sulla bilancia dello scambio, ogni opera pubblica che preveda la cessione o l’uso di beni demaniali deve essere valutata da un pronunciamento vincolante dei cittadini, e ogni nuova opera deve essere totalmente finanziata al momento del suo inizio, inoltre le procedure appaltanti devono essere il più trasparenti possibile, come la collaborazione con le Università e i concorsi di idee devono essere la base della progettazione futura, soprattutto nel campo della riqualificazione delle “scatole vuote”.

A meno che non siamo tano ricchi da farci ridisegnare tutta la città da un architetto di fama mondiale. Magari normale.

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  1. Artismo | cerebrolesTo - 19/01/2014

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