Cinque idee per la città che io vorrei. Quattro.

Parlare di politiche sociali in un piccolo comune come Teramo, vuol dire purtroppo doversi scontrare con la situazione economica contingente, fatta di scarse disponibilità in bilancio e degli ulteriori tagli dei trasferimenti agli Enti Locali – nonostante la reintroduzione di una tassa sulla proprietà immobiliare come l’IMU – da parte del governo centrale: in quest’ottica il primo compito di un’amministrazione deve essere quello di razionalizzare le spese, salvaguardando ad ogni costo i servizi, che proprio in questo momento sono più necessari ad ampie fasce della popolazione già in difficoltà.

Tuttavia, se ad oggi i bilanci si sono fatti quadrare a colpi di aumenti di tariffe, questa strada non può più essere percorribile, ed è necessario davvero puntare su un serio piano di spending review per selezionare e concentrare le risorse su alcuni progetti e settori davvero irrununciabili per la cittadinanza.

Ciò che interessa qui non è porre l’attenzione sull’accezione delle politiche sociali nell’ambito dell’assistenza, ma fare sì che iniziative e progetti siano destinati alle esigenze di tutta la comunità, per poter produrre un sistema di sviluppo inclusivo e dinamico: non bisogna pensare alle “fasce più bisognose” come un compartimento stagno della nostra società per potere provvedere realmente a calibrare interventi efficaci, e bisogna rendersi conto di quali siano davvero le esigenze e le possibilità concrete di azione, puntando l’attenzione su donne, giovani, anziani, nuovi italiani.

Le politiche sociali di un’amministrazione devono parlare in modo nuovo di edilizia pubblica, lavoro, presenza sul territorio, coinvolgimento delle realtà del volontariato, spazi pubblici e ricreativi, all’interno di un unico progetto guida.

Molti sono ambiti che coinvolgono competenze sovracomunali e scelte di politica nazionale, tuttavia, anche nel circoscritto ambito d’azione consentito, è necessario che un’amministrazione locale cerchi di caratterizzare la sua azione su alcuni punti fondanti:

  • lavoro: ad oggi l’azione dell’amministrazione è limitata dalle proprie competenze, né paiono possibili iniziative virtuose come quelle portate avanti da comuni in situazioni finanziarie più prospere, quello che si può fare è cercare di mettere a frutto il patrimonio immobiliare considerato alienabile per la partecipazione insieme alle banche del territorio in fondi dedicati allo sviluppo dell’imprenditoria locale, la promozione della cooperazione sociale nella cogestione dei beni pubblici – come impianti sportivi, parco fluviale, villa comunale, parcheggi –, la creazione di infrastrutture (come la vera banda larga) che possano consentire la presenza di poli industriali ad alta tecnologia e del terziario, una patto con gli imprenditori, che garantisca sgravi sulle tasse alle attività commerciali almeno per primi 3 anni di vita, la creazione – già sperimentata in altre realtà – di costruzioni di edilizia commerciale convenzionata, che consentano a giovani professionisti la possibilità di affittare per i primi 5 anni di esercizio, locali ad un canone concordato
  • assistenza: ad oggi è il compito più propriamente svolto dai comuni, ma si basa ancora troppo su una minima assitenza finanziaria, quello che invece si deve riuscire a fare è un coordinamento degli sforzi di tutti gli attori, associazioni, comitati, istituzioni, per poter intervenire al meglio su ogni fronte. L’assistenza al di là della soluzione di problemi contingenti, deve essere finalizzata all’inclusione dei soggetti più deboli all’interno della cittadinanza: non solo attenzione all’indigenza e al disagio sociale, ma anche alla disabilità, alla necessità degli anziani, agli immigrati. La creazione di spazi fisici di aggregazione sociale è la chiave per interagire al meglio con queste realtà: sportelli per il cittadino, centri per i diritti, creazione di corsi di alfabetizzazione informatica o di italiano per stranieri, aperti in collaborazione con associazioni di volontariato e soggetti no-profit nei quartieri possono aiutare a monitorare e migliorare le situazioni più a rischio, fatta salva l’attività già svolta dai servizi sociali
  • casa: l’emergenza abitativa, seppure non acuta come in altre realtà, è presente anche nel nostro territorio, a causa di un radicale cambio di prospettive nel mercato del lavoro attuale. Nonostante il paventato crollo dei prezzi del mercato immobiliare, è ancora alta la richiesta di abitazioni a prezzi più abbordabili da parte di giovani coppie e non solo; in questo momento pare discutibile avviare un piano di svendita del patrimonio immobiliare destinato all’affitto a canone concordato, come sta facendo il Comune con la cessione all’Ater e le successive operazioni. Il patrimonio di abitazioni e stabili consolidato negli anni non può rappresentare un peso economico per il costo della sua manutenzione, deve invece diventare la garanzia e il valore attraverso cui rifinanziare – attraverso gli accordi con la Cassa Depositi & Prestiti, cosa che al momento pare essere l’unica via percorribile – la costruzione di ulteriori abitazioni destinate all’utenza. L’attuale progetto della riqualificazione di Via Longo può essere una delle vie per garantire nuove abitazioni, ma con le necessarie correzioni: l’idea di far coabitare famiglie di estrazione sociale diversa all’interno dello stesso complesso abitativo va nella giusta direzione, tracciata dall’idea inclusiva alla base delle politiche sociali auspicate, tuttavia va eliminata ogni possibilità speculativa da progetti di questo tipo, garantendo in ogni caso futuro il reale vantaggio per la Città. La realizzazione di un vero social housing sui terreni demaniali può inoltre aiutare ad uscire dalle emergenze future, invece di project financing faraonici, dove i beni della collettività sono sempre e solo merce di scambio per il vantaggio di pochi; allo stesso modo il recupero di edifici come l’ex manicomio devono diventare l’occasione, attraverso l’accesso a finanziamenti europei, di promuovere la già citata edilizia commerciale convenzionata, e in collaborazione con l’Università, la realizzazione di strutture di alloggio per gli studenti dell’ateneo teramano. Progetti di questo genere, consentirebbero anche un introito economico nel tempo, che – finalmente – giustificherebbe il carico fiscale a fronte di servizi migliori.

L’aspetto fiscale, oltre ad essere un problema di bilancio, entra a diritto nell’ambito degli strumenti delle politiche sociali, come già detto le tariffe dei servizi devono essere calibrate sulle condizioni dei cittadini, continuando a porre l’attenzione sui nuclei famigliari numerosi, come su quelli composti da un’unica persona, verificando attentamente tutti i requisiti richiesti per esoneri e riduzioni di tariffe (siano essi canoni di affitto, tariffe del trasporto urbano, costi delle scuole dell’infanzia…).

E’ questo un argomento scottante e forse poco popolare, ma non si può provvedere ad una reale ottimizzazione delle risorse se non si decide seriamente di contrastare le situazioni di illegittimità o di poca trasparenza, da parte degli utenti come dell’Amministrazione; solo così si potrà avere una rappresentazione reale delle esigenze dei cittadini.

La trasparenza può essere ottenuta solo in un modo, cioè con la partecipazione effettiva della cittadinanza alle decisioni della politica: la democrazia partecipativa deve essere il metodo per coinvolgere tutti gli attori presenti sul territorio alle decisioni che riguardano la comunità, così come la trasparenza amministrativa deve consentire di vagliare e valutare ogni atto dell’Amministrazione, insieme ad altri strumenti di controllo che devono essere via via implementati:

  • normare e rendere possibili i referendum consultivi comunali, in modo che siano vincolanti per le azioni dell’amministrazione, soprattutto in tema di utilizzo/alienazione dei beni comuni
  • istituire l’anagrafe degli eletti e dei nominati e delle loro dichiarazioni patrimoniali
  • rendere pubbliche e disponibili, attraverso pubblicazione sul web, atti e delibere
  • stabilire criteri oggettivi e meritocratici per le nomine nelle società partecipate, selezionando candidature pubbliche, evitando di delegare occultamente la scelta a pochi gruppi di potere.

Oltre a queste considerazioni di buon senso, parlando di politiche sociali non si può fare a meno di promuovere anche l’istituzione di organismi che possano meglio monitorare l’evoluzione della nostra comunità, per questo, al di là delle convinzioni di ognuno, è opportuno che per raccogliere le sfide del tempo presente chi amministra guardi davvero al futuro, e per questo sono irrunciabili provvedimenti che istituiscano, accanto a organismi già presenti, come il comitato pari opportunità, un registro delle unioni civili, per poter equiparare – almeno sul piano tariffario a livello comunale – la condizione delle famiglie di fatto a quelle tradizionali, un metodo continuativo per la convocazione di un tavolo delle associazioni di volontariato e una consulta degli immigrati che possa avere una propria rappresentanza presso l’Amministrazione Comunale (come un consigliere non votante, o altro), per poter avere un’immagine delle esigenze di chi pur lavorando e pagando le tasse nel nostro territorio, non può esprimere il proprio voto.

Le politiche sociali in senso lato, dunque, devono mirare all’inclusione e alla partecipazione dei cittadini, in nome dei quali è amministrata la Cosa Pubblica – di tutti i cittadini –, al miglioramento dei servizi e di conseguenza della vivibilità del territorio, e non alla mera soluzione delle emergenze, solo così si potrà costruire una sana cooperazione tra tutte le fasce della popolazione, garantendo la qualità dei servizi attraverso una vera cittadinanza attiva.

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