BalconyBall

Il campo da gioco, qualche ora prima della partita. Se Siena ha Piazza del Campo e il suo Palio, noi abbiamo il BalconyBall. Ora non siamo inferiori a nessuno.

La leggenda narra che nel 1823, nel cortile del college di Rugby, in occasione di una partita di football giocato con regole ancora non standardizzate, William Webb Ellis raccolse la palla con le mani e iniziò a correre – una tra le poche cose espressamente vietate – verso la linea di fondo campo avversaria. Era nato il rugby, che sarebbe stato standardizzato solo nel 1871, da gente che non riusciva a comprendere le regole del calcio di Sheffield.

In fondo è sempre così che funziona, un idiota poco o assolutamente portato per qualcosa, incapace di seguire le regole in un determinato campo – un estroso o un artista, la versione che viene proposta ai posteri –, tira fuori dal cilindro l’idea che può riabilitare di fronte alla società tutta la sua categoria, con la compiacente soddifazione dei media: nascono così artisti che mettono in mostra pezzi di cadavere come un qualunque serial killer, disegnatori di peni giganti che rivalutano gli scarabocchi sui muri del bulletto di turno, gli estimatori del rugby incapaci di calciare un pallone di forma canonica – o tifosi juventini nell’era calciopoli –, rastafariani siculo giamaicani che riabilitano sfattoni allergici all’acqua e allo shampo. Ho detto Alborosie? Jah, big up bumbaclot ye mon!

In ogni caso, il miracolo si è ripetuto sotto i miei occhi e nella nostra città, e io non posso sottrarmi al dovere di narrare ai posteri le epiche gesta che hanno dato vita ad una nuova disciplina, di cui Teramo potrà rivendicare in eterno l’invenzione: il balconyball.

So bene che il compito che mi sono prefisso è durissimo, trovare le parole per riassumere in poche righe il sacro fuoco che animò pochi geniali innovatori è impresa ardua, ma mi concentrerò e darò anima e corpo per riuscire nel cimento.

Era ormai notte da ore, ma anche da giorni, dopo un estenuante sabato pomeriggio passato a pigiare sui tasti di un display del Dieci&Lotto improbabili combinazioni di date di nascita di figli ed amanti di avventori abituali, ancora incapaci di apprendere le basi del calcolo combinatorio o anche solo gli assiomi della probabilità, ero esausto, ma felice, perchè finalmente vedevo in lontananza lo skyline teramano: dalle colline colleparchesi si distinguevano chiaramente il nostro Ponte di Brooklyn, che ti conduce dritto in bocca al buco con la rotatoria intornoper gli amici Ipocesso -, il Duomo, che illuminato non ha nulla di invidiare a quello di Milano, e quel boulevard che ti dà un senso di Parigi, Viale Bovio.

Sindaci autoctoni e immigrati dai monti sabini hanno le stesse visioni alcoliche di un Capovilla qualunque, devo dire.

Era l’una di notte, ma ancora non sapevo che una tranquilla serata primaverile sarebbe stata la data da scolpire a caratteri cubitali nella storia millenaria della nostra città.

Sembrava tutto tranquillo, seduti lì sulle scalette del Duomo, i soliti discorsi, e forse per sciogliere la tensione palpabile della vigilia del ritorno tra i professionisti del Teramo Calcio, alcuni ragazzi – che solo poco più tardi sarebbero diventati prodi pionieri –, si passavano stancamente un pallone, per simulare come il giorno dopo avrebbe dovuto giocare l’Atessa per consentire alla compagine biancorossa di vincere con il record mondiale di marcature in trasferta, e poter così tranquillamente seppellire di fragorosi ‘ngule a mammete tutti i marchigiani e soprattutto l’intera razza pesciarola.

Il pallone da BalconyBall è vissuto, perchè sa di dover essere sacrificato. troverà la sua redenzione solo quando sfuggirà magicamente ai ferri da stiro ai piedi dei suoi calciatori, per riposare nel Valhalla del balcone nell’alto dei cieli.

I ragazzi sembravano tremendamente presi dall’obiettivo, non un solo calcio dato al pallone riusciva ad indirizzarlo tra i pali – costituiti dall’enorme arco del porticato –, intendendo così propiziare gli eventi futuri col sotteso significato di “se non la mettiamo in una porta così grande da due metri, figurati se domani quelli ci segnano nella porta vera…”, ma qualcuno era in agguato, qualcuno che avrebbe cambiato la Storia e il significato di sport.

Come in ogni saga epica che si rispetti, non bastano gli eroi, per compiere l’impresa eccezionale serve un intervento divino, e il divino si manifestò quel 28 aprile del 2012, sotto forma di commerciante teramano, che pronunciando una frase di dubbia comprensione, come devono essere tutte le formule magiche, trasformò la tranquilla serata nella genesi del BalconyBall: “gioventù, ma v’ pare bell’ ca lu farmaciste dumane matine s’artrove ‘nghe cacche danne?? tirate ‘ssa palle llà li scale!”

Fu un attimo, colti da un improvviso furore agonistico, i ragazzi diedero fondo a tutte le loro energie e alla loro scarsa tecnica, tentando a più riprese di coprire l’incredibile distanza che separava la palla dall’obiettivo, le scale e le bottiglie di vino made in Eurospin dei campeggiatori spagnoli.

Non fu facile all’inizio, ma poi almeno un tiro su dieci cominciò a centrare il bersaglio, gli astanti, ancora non pronti ai cambiamenti e alle innovazioni – da veri teramani – erano spiazzati, mugugnavano tra loro deprecando le azioni dei nuovi eroi, spesso commentavano in malo modo gli indicibili sforzi che animavano coloro che erano sull’altro lato della piazza, odori indecenti di alcol rovesciato, arrosto di rosmarino e copertone, ascella muschiosa pezzata al ketchup, si alzavano ad ogni vaffanculo corale della zona bersaglio del tiro, ma quando si scatena un uragano non si può pretendere di fermare l’onda, bisogna imparare a cavalcarla, e così fu.

Ci piace pensare che il folto pubblico sulle scalette sia stato illuminato dalla volontà superiore del buddha crocettiano, che vegliando dall’alto su di esso, l’ha reso finalmente conscio del destino a cui era stato chiamato: definire una volta e per sempre le regole del Nuovo Sport.

L’epiphany joyciana avvenne nel momento in cui un anonimo spettatore capì che l’unico modo per poter interloquire con gli avversari era quello di raccogliere la sfida, cioè porre fine in maniera definitiva, ma cavalleresca alla tenzone: mandare la palla là dove nessun uomo sarebbe mai potuto giungere, almeno in tempi brevi, la balconata sopra l’ex banco di Napoli.

Era definitivamente nato il BalconyBall nella sua forma definitiva, con l’assenso di tutto il pubblico non pagante, che da quel momento fino alla fine accettò felice le nuove regole, sostenendo senza interruzione i propri beniamini, approfondendo la conoscenza delle tecniche e improvvisandosi – come ogni buon italiano – commissario tecnico dell’una o dell’altra fazione.

Esploriamo ora in breve le regole base del Nuovo Sport, in attesa che il CIO lo ammetta ai Giochi 2020 (ora vi pentirete di non aver voluto puntare su Roma):

– due squadre, con un numero di giocatori casuale, disposte sui lati lunghi di Piazza Martiri

– la prima squadra deve colpire le scalette del Duomocalciando il pallone  dalla zona compresa tra l’edicola e la prima vetrina de La Sapienza

– la seconda squadra si mimetizza tra le persone sedute sulle scalette, e si palesa solo quando entra in possesso di palla

– se la palla non colpisce le scalette e sfugge in una qualunque direzione, è sempre compito della prima squadra il suo recupero

– compito della seconda squadra è piazzare il pallone sulla balconata dell’ex Banco di Napoli, mettendo così fine alla contesa.

Regole semplici come vedete, ma altamente spettacolari: il balconyball coniuga infatti il meglio di numerosi giochi, come il rugby, il calcio, il tiro a bersaglio e la palla avvelenata, sublimando le eccellenze di ognuno, in una sintesi che va al di là della mera somma dei suoi addendi: balconyball è tensione, spettacolo, fantasia. Praticamente quello che potreste trovare scritto su un’etichetta di un bordeaux Cercle des Epicuriens in un hard discount.

Ovviamente anche la tecnica è importante, il bravo giocatore sa sfruttare la zona cieca prodotta dall’illuminazione pubblica, con ardite palombelle che impediscono ai bersagli di calcolare le esatte traiettorie, e rinuncia volentieri al tiro teso, che pur potendo provocare più danni concede meno alla spettacolarità del gesto; grande importanza ha anche il rispetto dei giocatori passivi, chi attraversa la piazza prende parte al gioco, ma viene educatamente evitato, in quanto bersaglio troppo semplice.

Miasmi vari, integratori salini a base di succo d’uva usato, sudori freddi, stupefacenti: è in questo brodo primordiale che all’improvviso vengono generati i giocatori del BalconyBall, per l’opera di qualche eretico alchimista medievale. Ricordatelo, quando l’Amministrazione cercherà di assumersene il merito.

Ma è il caso di continuare con il racconto della prima storica sfida: ripetuti furono i tentativi dei beniamini del pubblico, ma la tenzone non arrivava al suo termine, e andava avanti ormai da più di un’ora; nessuno aveva più paura ormai, e le scalette pulsavano come un unico cuore a sostegno del calciatore di turno, gli stessi spettatori erano ormai coinvolti, sfidavano a viso aperto il cannoneggiamento degli attaccanti, sprezzanti del pericolo, colpi di testa, parate, sforbiciate al volo erano al servizio della squadra del cuore, la palla veniva recuperata e nel tripudio generale consegnata al prescelto, che tentava di piazzarla. La selezione era semplice, il candidato, designato da un disegno sovrannaturale, trovava naturalmente la palla tra le sue mani, e dopo aver invocato una madonna o un dio suo protettore a scelta, calciava, mentre la palla volava sostenuta dalle grida del pubblico. Lo stile non era importante, ma il sostegno non fu fatto mancare a nessuno, anche il peggiore riceveva il necessario incoraggiamento, e l’invito a riprovare, magari in qualche regno mitologico, come le Lande di Fanculo.

Come in ogni bella storia che si rispetti, il vero eroe rimarrà per sempre senza nome; la partita infatti, finì verso le 3 di notte: un anonimo atleta spagnolo, dopo aver salvato la sua bevanda energetica al gusto di pesce putrefatto macerato nella benzina da una sicura esecuzione capitale, raccolse la palla, e dopo averla fatta rimbalzare due volte a terrà piazzò un perfetto diagonale all’angolo opposto del balcone. Fu il tripudio.

Un urlo liberatorio scatenò l’entusiasmo dei presenti e l’anonimo campione percorse il perimetro della piazza denudandosi in senso di offerta totale alla divinità; la partita era finita, la gente sciamava via, ma era cominciata la leggenda.

Il giorno dopo il Teramo avrebbe pareggiato ad Atessa (il rito propiziatorio non aveva avuto effetto su De Matteis, ma ‘sti cazzi…) e sarebbe tornato alla tanto agognata Serie C, il Primo Maggio un asino vero avrebbe calcato il terreno di Piazza Martiri, in compagnia di tanti asini umani, ma in quel momento tutti si rendevano conto che il vero evento era lì davanti ai loro occhi, ed infatti non c’era Campana.

Io ho visto, io c’ero, io l’ho vissuto.

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