Cosa c’entra l’articolo 18…

Ogni volta che si parla di riformare il mercato del lavoro in questo paese, scopriamo che il vero problema che ci impedisce di metterci al livello dei nostri coinquilini europei, non sono né gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, né il fatto che nessuno vuole ciò che produciamo, ma quel maledetto totem che va sotto il nome di Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Sentite che nome altisonante! Sembra impossibile che ogni imprenditore che si rispetti, forte del suo know-how, delle sue idee innovative, degli sbalorditivi investimenti fatti, del riconoscimento internazionale di cui si sente investito, sembra impossibile dicevo, che debba fermarsi ad un passo dalla nuova rivoluzione industriale mondiale, per colpa di… un totem.

Eppure è così, l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, per gli amici – e i nemici – art. 18, è l’arma Fine di Mondo delle bieche organizzazioni sindacali e dei perfidi lavoratori della SPECTRE internazionale che propongono il ritorno alla vita nelle caverne e la riconversione dei giuslavoristi in bestie da soma; l’arma finale a cui tutti devono inchinarsi, e che impedisce che il nostro Paese si trovi oggi al posto della Germania – o della Francia, o della Danimarca, o di un qualunque paese che non sia Grecia, Portogallo, Irlanda o un nome a caso di stato fino ad oggi elevato a paradigma delle magnifiche sorti e progressive dell’economia dinamica neoliberista poi affondato nella melma… – nella famiglia europea.

O almeno questo è quello che a ondate di due mesi ci viene proposto (nei due mesi di intervallo, ci raccontano del culo di una qualche showgirl, per prepararci alla nuova lezione), orde di professoroni, di norma laureati in università private, insegnanti in università private, membri di cda di università private, fondazioni private e banche private, ci spiegano quanto sia statico il mercato del lavoro italiano, quanto sia bella la flessibilità, quanto sia importante rinunciare ai diritti acquisiti per il bene delle nuove generazioni, e cosa si debba fare per continuare a pagare la loro pensione.

Io voglio evitare di ripetere ogni volta quali siano i problemi che le ultime riforme del lavoro hanno caricato sulle spalle di chi non ha un contratto a tempo indeterminato, o su quelle di chi un lavoro non lo ha per nulla, voglio solo portare alla luce qualche cifra e un ragionamento di fondo.

Dal 2005 le ore di cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga, non sono mai scese sotto il miliardo, e già per questo sarebbe il caso di cominciare a capire che la CIG è diventata per le aziende una misura ordinaria nella ristrutturazione produttiva, visto che spesso è solo propedeutica a licenziamenti di massa, basti questo per rendersi conto che le aziende già oggi licenziano e mettono in mobilità i lavoratori, nonostante l’articolo 18. Nonostante un mercato del lavoro talmente flessibile da risultare contorcibile, grazie alle leggi Treu e soprattutto alle millemila categorie di contratto a tempo determinato introdotte dalle successive “riforme”, nonostante il precariato diffuso e la già alta percentuale di inoccupati, la disoccupazione in questa Italia, cresce.

Aggiungo, la percentuale di imprese con meno di 10 dipendenti (la nostra soglia magica, per l’arma Fine di Mondo è il superamento del 15esimo dipendente), in italia, copre il 95%, novantacinquepercento, del totale delle aziende italiane, e considerate le imprese fino a 15 dipendenti si parla di quasi il 70% degli occupati, per cui non vale l’art. 18 e a cui forse si dovrebbe pensare ad estenderlo, piuttosto che eliminarlo per quel 32% di lavoratori già tutelati sulla carta, ma che già cominciano a capire l’aria che tira, dopo che la dottrina Marchionne ha aperto nuovi spiragli per una cinesizzazione della nostra economia.

E voi, geni dell’economia del lavoro, venite a dire a me che il problema è la mobilità in uscita?

Io vi dico che il problema è che ciò che produciamo non vende, perchè ciò che produciamo non lo vuole nemmeno il precario sottopagato spremuto lavoratore italico. Perchè ciò che produciamo, in genere, ha il valore dello stesso prodotto cinese, viene prodotto con qualità indiana, con un costo del lavoro polacco, al prezzo finale di un prodotto tedesco. Chi volete prendere per il culo?

Ma forse voi pensate che possiamo andare avanti esportando moda e parmigiano.

Parlate di art. 18 e dimenticate che avete fatto di tutto per affondare le eccellenze dell’industria italiana, pur di mettere i vostri colleghi – incapaci e collusi col potere politico del momento – a capo di industrie strategiche come Finmeccanica, o pur di svendere le aziende statali al genio dell’imprenditoria di turno; un esempio diretto, avete affondato l’industria aerospazio e difesa italiana, per puri calcoli – sbagliati – di geopolitica, rinunciando al consorzio Airbus, alla produzione degli A400M, per imbarcarvi in un sodalizio con gli americani della Lockeed (nome che pur dovrebbe ricordarvi qualcosa) per far vedere che alleato serio che eravamo, traformando la punta di diamante della ricerca industriale italiana nell’ultimo terzista dell’ultimo paese dell’america latina.

Sarà la globalizzazione. Ma così è troppo semplice, globalizzare l’economia livellando i diritti verso il basso era la ricetta neoliberista che dicevamo di combattere, la ricetta più semplice, sicuramente, ma non la nostra. Abbiamo sempre detto che una politica progressista e riformista avrebbe dovuto estendere le tutele ed abbattere i privilegi, ma forse molti ancora non hanno chiaro cosa sia un privilegio. Si è visto con la riforma delle pensioni targata Fornero, abbiamo scoperto che il vero privilegio è pretendere una pensione dopo 40 anni di lavoro, mentre la tutela è lavorare – indipendentemente da tipo di lavoro – fino a 67 anni. Il tutto naturalmente per adeguarci all’Europa, ma nessuno di questi grandi esperti di economia, giuslavoristi e professori ci ha detto che non c’è nessun paese in Europa con l’età pensionabile a 67 anni, dove le pensioni siano così misere, e ancora più miseri siano gli stipendi, dove la qualità del lavoro sia così infima e le spese a carico così alte (più che europee direi). A carico di lavoratori e imprese, sia chiaro, perchè ci scordiamo che l’unica proposta seria in questo campo era quella della riduzione del cuneo fiscale avanzata dal Governo Prodi, e forse per tale motivo buttata a mare dai nostri nuovi riformisti rampanti.

Quindi prima di dire che siede disposti a sedervi e discutere di tutto, pensateci bene. E fatevene una ragione: come era ridicolo Sacconi quando agitava lo spettro del terrorismo, così lo è la Fornero; come quella di Sacconi era una battaglia politica, punitiva verso i lavoratori e i sindacati, così lo è quella della Fornero, che persegue la stessa politica iperliberista, solo con una faccia presentabile e una cultura accademica più solida del solerte studentello che l’ha preceduta. Dunque, cari riformisti della domenica, ripigliatevi. Voi e la madonnina di Torino che piange lacrime dalle risate.

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  1. Il vero progresso è dire sì. A tutto. « cerebrolesTo - 21/03/2012

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