Cinque idee per la città che io vorrei. Tre.

In un momento di gravi ristrettezze finanziarie per le amministrazioni locali, parlare di interventi per la cultura è sempre difficile, tuttavia, anche questo rientra nei compiti di chi si propone di governare il territorio, avendo l’obbligo di esaltare le caratteristiche locali e contribuire alla qualità della vita dei propri cittadini, nel senso più lato del termine: è’ quindi una vera sfida ottimizzare gli scarsi fondi disponibili e coniugare questo con la qualità e la possibilità diretta o indiretta di produrre un ritorno, economico, turistico o semplicemente di immagine, che possa aiutare il territorio a crescere in tutti i suoi aspetti.

Quello di cui si deve parlare davvero, è però non di cultura, ma di politiche per la cultura: la politica culturale presuppone numerosi attori e la necessità di intessere forti relazioni e collaborazioni con Regione Provincia, per quanto riguarda gli enti istituzionali, università, associazioni e privati, per quello che riguarda i cittadini; tuttavia l’operazione di aggregare tutti questi attori, non deve diventare l’ennesima creazione di un club ristretto, dove pochi soggetti usufruiscono della possibilità di decidere cosa sia cultura, e come e dove si debba fare.

Per quello che riguarda Teramo, si deve subito rimarcare una cosa: ad oggi non abbiamo un assessore alla cultura, ma abbiamo un assessorato agli eventi - e già questo dice molto -, ma non sono le sagre a Piazza Martiri o due concerti qua e là a potersi definire eventi degni di una città capoluogo.

Secondo punto fondamentale, Teramo non è una città turistica; e ce ne dobbiamo fare una ragione.

Non sono un museo o una pinacoteca, gli scavi di piazza Sant’Anna o quel che resta del Teatro Romano a poter convogliare in città orde di turisti giapponesi pronti a fotografare le insegne dei bar del centro, quindi anche la politica culturale non può fare a meno di tenere conto di questo fatto.

Teramo ad oggi è una cerniera tra la nostra montagna e il litorale adriatico, e deve sforzarsi di sfruttare questa collocazione, rinunciando all’impossibile aspirazione di città d’arte, ma proponendosi come centro di servizi alla cultura e al turismo: la città capoluogo deve essere saper mettere a disposizione i propri spazi per potere attrarre evnti e manifestazioni vere, di livello nazionale, e deve farlo riqualificando e potenziando le sue strutture.

Teramo ha bisogno di un teatro - e lo sappiamo tutti -, ma ha anche bisogno di rendere fruibile in modo semplice le strutture già esistenti, e in quest’ottica è interessante l’idea di recuperare il Teatro Romano, pur nella nebulosità del progetto, e deve divenire prioritario riqualificare i tanti contenitori vuoti presenti nel suo tessuto cittadino, restituendoli quando possibile alla cittadinanza, anche in collaborazione con investitori privati.

Non solo il Teatro Romano dunque, ma anche gli spazi semi-abbandonati, o il Castello Della Monica

La necessità assoluta è attrarre pubblico ed investimenti, ed in quest’ottica si devono concentrare le risorse su eventi - degni di questo nome - caratterizzanti, capaci di poterci portare alla ribalta nazionale ed internazionale, offrendo la possibilità di interloquire anche con futuri investitori esteri (non solo di Cipro).

A titolo d’esempio, l’attenzione non può che cadere sulla sempre viva, ma sempre bistrattata, Coppa Interamnia, mai realmente potenziata, anzi quasi sempre subita da amministratori e cittadini, quasi come un disagio e non come un’occasione. Fatta salva la vocazione sportiva dell’evento - che non riguarda l’amministrazione - tutto ciò che ne è contorno, comprese le soluzioni alla logistica e alla gestione, le manifestazioni collegate, vanno gestite in modo professionale, abbandonando l’entusiasmo del volontariato, e creando l’immagine di una città capace di ospitare un evento di portata internazionale.

Altri esempi in tal senso riguardano manifestazioni come Cineramnia, Interferenze, MaggioFest, la stagione lirica della Società Riccitelli: la capacità dell’amministrazione deve essere quella di valorizzare il prodotto sullo scenario regionale e nazionale, è più prosaicamente di semplificare le necessità organizzative, attraverso regolamenti trasparenti, per quanto riguarda permessi, occupazione di spazi, contributi.

Altro impegno deve essere quello di mettere a disposizione le strutture, quindi un teatro in grado di ospitare oltre che gli spettacoli, anche concerti di richiamo nazionale, allestimenti importanti, in cui possa trovare spazio anche il Braga, anche nell’attesa – se mai ci sarà – della tanto auspicata statizzazione. Ma per il teatro, le necessità e le priorità sono state approfondite già qui.

Ovviamente, e forse anche giustamente, la cultura nelle città non si farebbe se non esistessero le associazioni, vera fonte di idee e forze per la realizzazione di ogni manifestazione, tuttavia questa energia va incanalata ed aiutata da politiche chiare: le associazioni oltre che di contributi per le loro attività, hanno bisogno di spazi disponibili - per le sedi e per gli allestimenti -, semplificazioni burocratiche, possibilità di presentare le proprie iniziative senza la sensazione di esclusione che alcune di loro hanno denunciato negli anni.

L’Ammnistrazione deve quindi cercare di conciliare le proposte con quelli che devono essere i propri obiettivi, propugnando due nuovi modi di fare politica culturale: la cultura diffusa e quella partecipata.

- cultura diffusa nel senso che eventi e manifestazioni devono coinvolgere il centro come la periferia, calibrando le stesse sulle esigenze dei territori, evitando così di trasformare Piazza Martiri nell’unico teatro degno di qualunque manifestazione, dal carnevale col Mago Pastasciutta alla sagra dell’arrosticino, e allo stesso tempo garantendo l’esistenza di occasioni di aggregazione sociale anche nei quartieri periferici e delle frazioni (e salvaguardando il decoro di Piazza Martiri…);

- cultura partecipata nel senso che oltre alle associazioni, l’amministrazione deve essere capace di fare da tramite con gli sponsor privati, garantendo la qualità della manifestazione stessa, e sottoponendo la bontà delle sue scelte ai cittadini: deve essere possibile per tutti valutare quanto si è speso e come, per superare il solito adagio teramano “meglio questo che nulla”, impedendo così anche le pratiche ostracistiche più volte lamentate.

Quello che di sicuro non si deve fare è credere di poter fare cultura - e non politiche per la cultura - in maniera eterodiretta, attraverso concessioni di comodo o scelte dirigistiche prive di riscontri oggettivi, sbandierare progetti faraonoci e lasciare vuote le casse comunali senza avere alcun ritorno, nemmeno in termini di immagine. Perseguire su questa strada ci ha portato dove siamo oggi: dalle pagine patinate di Teramo Cult ad un buco senza arte né parte al centro di Piazza Garibaldi, che non sappiamo se è mai diverrà una sala espositiva e ad inciampare ogni 20 metri su un busto bronzeo di Crocetti, collocato in ogni angolo disponibile della nostra Città, senza un minimo di programmazione, costretti magari a ringraziare per la magnanimità del mecenate di turno.

Grazie, ma vogliamo altro.

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